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Sono sbarcato nella Terra del Sol Levante nel 1951, ed ho lasciato il Giappone l’anno scorso: 50 anni! Rimpatriando l’ho salutato dicendo: "Pace a questo popolo di buona volontà!". L’ho veduto progredire grazie alle sue eccezionali qualità: amor patrio, spirito di sacrificio, educazione civica, apertura ai valori umani.

Vi ho trovato una sorprendente apertura al messaggio del Vangelo, nonostante quel popolo fosse ricco di millenarie tradizioni. Lo shintoismo è la religione di stato, con un particolare culto del creato e un calendario che prevede molte feste lungo tutto il corso dell’anno. Ma questo non impedisce la partecipazione alle feste cristiane, come il Natale, i matrimoni, la benedizione delle tombe.

II gong delle pagode scandiscono le ore: 6, 12, 18, come un tempo da noi i rintocchi dell’Angelus. Rientrato in Italia dopo cinquant’anni, ho trovato che le campane sono spesso silenziose. In Giappone non manca niente: e le persone incontrate mi sembrava che non avessero bisogno di me per le cose materiali. C’erano le piccole Comunità cristiane e molte persone amiche che stimavano il nostro messaggio cristiano. Gli anni passavano, venivano meno le forze: pensavo a cosa avrei potuto fare. Ci hanno pensato i due vescovi della città-diocesi di Osaka: mi hanno portato a far visita ad alcuni ospedali dell’assistenza sociale, affinché io in seguito visitassi gli ammalati.

Si trattava di uomini e donne del ceto operaio e braccianti, venuti dalle isole per fare qualsiasi lavoro. Lontani dai familiari, quando si ammalano, oltre a perdere la salute, perdono anche i vincoli familiari. Così ho iniziato il mio lavoro ed ogni mese facevo il giro degli ospedali nelle periferie della città, e fraternizzavo con circa 900 malati, in maggioranza non cristiani. Qualcuno sono riuscito a portarlo al battesimo: pochi, perché appena convalescenti ritornavano a fare qualche lavoro per vivere.

Accoglievano la mia amicizia e spesso pregavamo insieme, e mi chiedevano di parlare loro di Gesù.

Nei miei viaggi incontravo alcuni di loro per strada e per primi dicevano: "Mi ricordi? Le preghiere che mi hai insegnato in ospedale le recito tutti i giorni". Quello che mi ha dato coraggio è che in questi ospedali sono stato sempre accolto bene dal personale, pur essendo in maggioranza non cristiano. Oltre a questo, la mia permanenza a fianco degli ammalati, ha suscitato la collaborazione dei laici cattolici. Si sono organizzati e, a turno, uomini e donne si sono uniti a me nel visitare quella povera gente. L’iniziativa, partita dai vescovi, è poi diventata programma delle diocesi.

Questa esperienza, con tutte le altre avute nei cinquant’anni di permanenza in Giappone, mi fanno essere gioioso della missione e ringrazio il Signore. Quando, tanti anni fa, entrai tra i Saveriani, il mercante che aiutò mia madre a prepararmi il corredo disse: "Se dovessi rinascere, mi farei missionario". Oggi mi sento di poter affermare con gioia e convinzione: "Se dovessi tornare indietro non avrei alcun dubbio: mi farei di nuovo missionario tra i Saveriani".

p. Fausto Barbini - Giappone.



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