Un’estate in Camerun
Tre settimane possono sembrare poche, ma a volte bastano per cambiare radicalmente lo sguardo sulla realtà. È quello che è accaduto a un gruppo di ragazzi della nostra diocesi e non solo, rientrati da un’esperienza missionaria in Camerun con i Saveriani. Un viaggio fatto di incontri, fatiche, contraddizioni e scoperte, vissuto tra le città di Yaoundé e Bafoussam.Lì, nel cuore pulsante e contraddittorio dell’Africa, abbiamo scoperto che dietro la povertà materiale si nasconde una ricchezza relazionale capace di sorprendere, insegnare e lasciare un segno indelebile.
Nei centri estivi organizzati a Bafoussam con i missionari, i bambini arrivavano a decine, spesso accompagnati dai fratelli più grandi, che si prendevano cura dei più piccoli. Non avevamo giochi, palestre o materiali didattici strutturati. Eppure, bastava pochissimo: un fazzoletto, una corda, una canzone improvvisata. I bambini ridevano, ballavano in cerchio per ore, inventavano giochi e ce li insegnavano con entusiasmo contagioso.All’inizio, pensavamo che il loro bisogno principale fosse quello di vestiti, cibo o pulizia. Ma presto ci siamo accorti che la vera mancanza era un’altra: relazioni, attenzione, affetto. Ogni abbraccio, ogni sguardo pieno di riconoscenza ci diceva che il centro estivo era per loro un’oasi felice in giornate altrimenti segnate da lavoro, fatica e difficoltà quotidiane.
Ci siamo messi in gioco con tutto ciò che avevamo, persino con le nostre competenze professionali: qualcuno ha improvvisato una lezione di igiene dentale, altri hanno organizzato giochi di gruppo e momenti creativi. La lingua era il francese, ma non serviva conoscerlo bene: un sorriso e un gesto bastavano a creare legami. Tuttavia, l’aiuto di p. Diego e di alcuni amici che lo parlavano bene è stato fondamentale per coordinare i bambini nelle varie attività proposte.Una cosa che ci ha colpito molto in uno dei due centri estivi è che non c’erano nemmeno locali al coperto: quando iniziava a piovere, ci rifugiavamo in chiesa e lì continuavamo con i giochi, i disegni ed i balli. Anche sotto la pioggia, l’allegria non veniva meno e la chiesa diventava un luogo di gioia.
Se i centri estivi erano un’oasi di felicità, gli orfanotrofi ci hanno messo di fronte alla realtà più dura. In uno i bambini sembravano abbandonati a sé stessi: mosche, sporco, odori insopportabili, piccoli con disabilità in condizioni igieniche precarie. Era uno scenario difficile da reggere, molti di noi si sono sentiti paralizzati davanti a tanta mancanza di dignità umana.
Eppure anche lì abbiamo imparato una lezione. È bastato un pallone, una partitella improvvisata, qualche gesto di vicinanza per cambiare l’atmosfera: pian piano i bambini hanno iniziato a sorridere, a calmarsi, a giocare con noi. Quando abbiamo distribuito biscotti e vestiti, i loro volti si sono illuminati di una gioia che non dimenticheremo mai.Il secondo orfanotrofio, gestito da suore benedettine, ci ha raccontato un’altra storia: quella della Provvidenza. È nato tutto dall’arrivo casuale di una bambina, lasciata in portineria a una suora. Da quel gesto semplice è iniziato un percorso che ha portato alla nascita di una comunità accogliente e strutturata. Oggi quella prima bambina è diventata maggiorenne, ci ha accolto sorridente, veterana e testimone vivente di come l’amore gratuito possa trasformarsi in progetto di vita.
Un’altra realtà che ci ha colpito è stata una falegnameria a Bafoussam nata grazie all’intuizione di un Saveriano bergamasco. Con orgoglio si è definito il “Robin Hood del Camerun”: prendeva commesse dai ricchi, ma destinava i proventi per dare lavoro ai più deboli.
La falegnameria sembrava un’azienda europea degli anni ’70: un grande capannone, attrezzi e macchinari obsoleti arrivati dall’Europa, ma soprattutto una forza lavoro di cento persone, di cui una su tre con disabilità. Un esempio straordinario di come si possa fare impresa coniugando professionalità e inclusione.Sempre a Bafoussam, abbiamo anche incontrato una coppia di pensionati che, conclusa la vita lavorativa, ha deciso di accogliere una ventina di bambini orfani. La loro casa è diventata una famiglia, un luogo sereno dove i piccoli crescono con affetto e attenzioni genitoriali. Abbiamo giocato e ballato con loro e siamo rimasti colpiti dalla forza di questa scelta: due anziani che hanno deciso di mettere da parte la tranquillità della pensione per donarsi totalmente a chi non aveva nulla. Ci hanno raccontato che la comunità locale li sostiene, ognuno con quello che può: un sacco di riso, qualche vestito, piccoli gesti che in quel contesto diventano fondamentali.
A Yaoundé, invece, abbiamo visitato anche una clinica formata da un piccolo laboratorio di analisi, un reparto maternità e un ambulatorio odontoiatrico. Le condizioni erano ben lontane da quelle a cui siamo abituati: strumenti logori, ambienti privi delle minime norme igieniche. Pensare che lì venissero curate persone, madri e bambini, è stata un’esperienza che ci ha fatto riflettere a lungo.
Fuori, la capitale ci ha mostrato il suo volto più caotico fatto di baracche di fango e lamiera, strade tappezzate di montagne di rifiuti bruciati tra i vicoli che alla prima pioggia si trasformavano in piscine di fango. Ovunque una marea di persone che si riversavano nelle strade per vendere i pochi prodotti che avevano ed arrivare così a fine giornata, in un flusso continuo di taxi e moto-taxi che, oltre a causare ingorghi continui ed interminabili, coloravano di giallo una città avvolta dalla terra rossa.
Eppure, in mezzo a tanta precarietà, la vita scorreva con una vitalità disarmante: mercatini, ambulanti, bambini che correvano scalzi, famiglie che condividevano il poco che avevano.
Questa esperienza ci ha insegnato che non basta osservare la povertà dall’esterno per comprenderla. Bisogna viverla, respirarla, incontrarla nei volti e nelle storie delle persone. Abbiamo portato giochi, vestiti e un po’ di sostegno economico, ma soprattutto abbiamo ricevuto sorrisi, abbracci, lezioni di resilienza e di speranza. Il Camerun ci ha insegnato che si può vivere la gioia anche con niente, che si può costruire dignità anche nelle condizioni più difficili, che l’amore gratuito e il senso di comunità possono cambiare destini.Non sappiamo se siamo riusciti a lasciare un segno nelle vite di chi abbiamo incontrato, siamo certi, però, che loro ne hanno lasciato uno profondo nelle nostre.







