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Dai Saveriani di Brescia s’è conclusa un’esperienza di accoglienza e ne è subito ripartita un’altra. Abbiamo chiesto di cosa si tratta ad Elena Marmaglio e Gaia Ferrari della cooperativa Kemay che gestisce per Caritas questo aspetto.  

Un nuovo inizio?
Sì. Le famiglie ucraine sono state tutte avviate all'autonomia, riuscendo a trovare una sistemazione in appartamenti aiutate dall’ENS(Ente nazionale Sordi) e dagli assistenti sociali. A tre anni dall’arrivo in Italia, la maggior parte di loro lavora, ha un reddito e ha deciso di stare qui. Non sono più inseriti nel progetto di accoglienza, ma continuano ad essere titolari di protezione temporanea. 

Ora, questo polo cos’è diventato?
Un hub di prima accoglienza per chi è arrivato da poco. Kemay gestisce strutture che sono CAS (Centro d’accoglienza straordinaria), ma questo dai Saveriani è in particolare rivolto a chi è sbarcato da poco. È un primo appoggio. Il passo successivo sarà spostare queste persone negli appartamenti. Abbiamo traslocato qui dalla struttura di Mompiano, accanto all’Università Cattolica che l’ha richiesta per altri scopi. I Saveriani hanno dato il loro consenso e quindi eccoci qui, se pur con meno posti a disposizione (da 50 a 21). Gli altri ospiti sono stati ricollocati fuori da Caritas o hanno proseguito in autonomia, avendo già dei percorsi avviati.

Avete fatto dei lavori?
Se prima erano famiglie adesso sono tutti singoli e solo uomini. Prima, erano autonomi per i pasti, questo adesso è impossibile anche per una differenza culturale dei ragazzi presenti e da regole previste. Oltre un certo numero di ospiti i pasti devono essere consegnati già pronti. Sono stati collocati dei letti a castello, stabiliti turni per le lavatrici. C’è una persona che si occupa delle pulizie (prima le famiglie erano autonome nei loro spazi) e ci sono due persone che si alternano di giorno e due di notte, che noi chiamiamo custodi, per sorvegliare che tutto vada per il meglio. Ci sono orari fissi per pranzo e cena, serve una presenza per rispondere a qualsiasi domanda (anche di carattere burocratico) e a qualsiasi esigenza (anche di carattere sanitario).

Da dove vengono i ragazzi?
Sette dal Bangladesh, sei dal Pakistan, due dall’Egitto, due dall’Afghanistan, uno dalla Somalia, due dalla Costa d’Avorio e uno dalla Guinea. Molti di loro sono in Italia da oltre un anno, arrivati via mare o attraverso la rotta balcanica. Sei sono arrivati in estate. 

Chi è qui da più tempo lavora?
Sì, soprattutto i ragazzi bengalesi sono impegnati nella ristorazione (lavapiatti in particolare). Gli egiziani invece sono più occupati nell’edilizia. 

Qual è il percorso che li aspetta?
Tutti i ragazzi qui sono richiedenti asilo e le tempistiche sono molto lunghe (banalmente, un nome trascritto sbagliato è un problema). È previsto un primo incontro in Questura dove formalizzano la richiesta di asilo e passano circa due mesi. Poi vengono richiamati per le impronte e il riconoscimento e gli viene rilasciata la ricevuta della richiesta del permesso di soggiorno e passa un altro mese circa. Dopo sei mesi, ritirano il permesso di soggiorno che ha validità sei mesi e così di rinnovo in rinnovo fino alla fatidica audizione con la Commissione territoriale. Di solito, a questo punto, si arriva dopo circa due anni dal loro arrivo ad eccezione di chi proviene dai Paesi considerati sicuri (tipo Senegal e Costa d’Avorio) che hanno una procedura accelerata e dopo pochi mesi si accede alla Commissione. Fatta la prima audizione, vengono riferiti i risultati. Il parere negativo ha percentuali molto alte soprattutto sugli uomini singoli. 

Cosa succede a questo punto?
Possono fare un ricorso, assistiti da un legale dello Stato che richiede un compenso solo se l’assistito lavora. L’udienza di solito è fissata dopo altri due anni. Qui le percentuali di ammissione per poter godere della protezione aumentano un po’ e sono legate anche a come la persona vive ed è riuscita a integrarsi sul territorio in quel tempo (lavoro, lingua, amicizie, famiglia). 
I cittadini ucraini, invece, godono di protezione temporanea da quando sono entrati in Italia e non passano da alcuna Commissione. E tanti hanno già convertito il permesso di soggiorno in permesso di lavoro, avendo un’occupazione più solida e costituita, quindi non sono più legati all’Emergenza Ucraina. 

Siete a conoscenza delle storie dei ragazzi? 
Noi operatori sociali lavoriamo sul campo, ma non siamo autorizzati a chiederle. Se la persona sente il bisogno di raccontare e raccontarsi, siamo sempre disponibili ad ascoltarli. E questo capita molto spesso anche perché il disagio che vivono, i problemi e i pensieri per i propri familiari ad un certo punto diventa necessario siano esternati. Il nostro compito poi è, in certi casi, attivare il supporto psicologico o psichiatrico nelle situazioni più gravi. In fase di preparazione per la Commissione, invece, vengono ascoltati dalle nostre operatrci legali.

Vi ha creato problemi il fatto che siate donne?  
Ci sono persone e culture per le quali non è accettabile che siamo noi a decidere, a gestire, a fare e loro che devono rispettare le regole. Non c’è il riconoscimento del ruolo e del lavoro della donna. Non è il caso dei ragazzi ospitati qui, ma è già successo in passato e potrà ricapitare. 

Quali i problemi maggiori qui?
Per ora possiamo definirla ordinaria amministrazione. È normale che passare da un hub come quello di Mompiano molto grande, con spazi interni ed esterni infiniti ad uno più ridotto, nel quale è prevista una convivenza da rispettare con varie realtà, è più complicato, ma non vediamo problematiche gravi.

Il rapporto con la comunità saveriana?
Sono tutti molto disponibili, più partecipi rispetto a quando c’erano gli ucraini anche perché non c’è la barriera della disabilità (erano in prevalenza non udenti e per comunicare serviva il telefonino). E poi, forse, le provenienze dei ragazzi attuali li fa sentire più vicini a quel mondo missionario che hanno sempre vissuto. Sono sicuramente più interessati ai problemi, s’informano, dialogano (con p. Marcello Storgato anche in bengalese), hanno imparato i nomi. Ogni mese abbiamo programmato delle riunioni per fare il punto della situazione e per capire cosa funziona e cosa può essere migliorato. A tutta la comunità saveriana esprimiamo il nostro grazie per l’ospitalità e la collaborazione.



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