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LA PAROLA
Un giorno di sabato passava Gesù attraverso campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. Alcuni farisei dissero: “Perché fate ciò che non è permesso di sabato?”. Gesù rispose: “Allora non avete mai letto ciò che fece Davide, quando ebbe fame lui e i suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta e ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non fosse lecito mangiarne se non ai soli sacerdoti. E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato» (Lc 6,1-5).

Sono già iniziate qua e là le avvisaglie del conflitto tra Gesù, i dottori della Legge e i farisei: perché perdona i peccati, mangia con i peccatori e non pare molto fedele alla norma del digiuno. Adesso è la volta dell’osservanza del sabato. E non è una cosa da poco! Il Sabato (Shabbat, cessazione, riposo), era ed è tuttora il cuore della fede ebraica. Non si tratta solo di una festa, ma della festa, nel senso pieno del termine. In essa si celebra il compimento divino del più grande miracolo umanamente immaginabile: l’esistenza del mondo. Dio fu il primo che osservò il riposo sabbatico, per ricordare all’uomo che la terra era suo dono, non un dominio da sfruttare a piacimento.

A questa ragione di tipo cosmico, se ne aggiunse una di carattere storico: la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Nella schiavitù il lavoro non era più un modo di collaborare alla creazione del mondo, ma motivo di oppressione e imbruttimento. Se cadeva un mattone dalle altezze infernali delle piramidi ci si doveva fermare, ma non se precipitava uno schiavo. Ancora oggi per gli ebrei osservare il Sabato significa entrare in una celebrazione che investe alla pari uomini e donne, genitori e figli, padroni e servi, esseri umani e animali domestici. “Con un linguaggio moderno diremmo che lo Shabbat prospetta l’abolizione della divisione delle classi, l’insubordinazione verso le leggi dell’economia e il superamento dell’alienazione causata dalla necessità del lavoro quotidiano” (Massimo Giuliani).

Le 39 attività proibite di Sabato (che anticamente avevano a che fare con la costruzione dell’arca) in un modo o nell’altro potevano indurre a fare del lavoro uno strumento di profitto o un mezzo di sfruttamento. Fra queste erano contemplate la mietitura e la trebbiatura, proprio ciò di cui erano accusati Gesù e i discepoli. Separare un chicco di grano dalle sue glumette non era un’azione neutrale, perché si doveva poi decidere cosa fare del chicco. Però, e qui sta il punto, ciò che rompeva il riposo non era l’attività in sé, quanto il suo fine. Già il Talmud (testo sacro giudaico) affermava che vi erano situazioni in cui si poteva non osservare il Sabato se ciò era richiesto dalla salvaguardia della vita. E custodire la vita rappresentava la fonte da cui sorge la celebrazione sabbatica: il Sabato per l’uomo e non l’uomo per il Sabato.

Gesù, dunque, non abolisce l’osservanza sabbatica, anzi ne coglie e ribadisce l’intima ragione. Del resto, anche il grande Davide, quando lui e suoi uomini ebbero fame, mangiarono senza troppi scrupoli i pani dell’offerta destinati ai sacerdoti. La fame non entra nell’economia voluta da Dio. Seminare chicchi di grano, raccoglierli, frantumarli, farne farina e trasformarli in pane può diventare motivo di guerre, di ingiusto profitto, di discriminazioni o di sfruttamento della terra. Ben lo constatiamo con dolore ogni giorno. Ma ciò profana l’uomo, profana il creato e Dio stesso.
Gesù si proclama Signore del sabato, riportando il lavoro e il riposo nell’alveo di quel settimo giorno della creazione, anticipo e promessa di giustizia, integrità e armonia per tutti gli esseri viventi, animali inclusi; modello e ispirazione per i piccoli e grandi riscatti di cui necessitano i sei giorni di quotidiano lavoro. Gesù è dunque Signore di una grande festa di libertà e uguaglianza!



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