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Padre Mario Boggiani: l'ultimo dei pionieri

Il 23 gennaio 2002 p. Mario Boggiani ha terminato in terra il suo lungo cammino di missionario della prima linea della Chiesa, come lui stesso amava definirsi. Con lui scompare l’ultimo degli otto Saveriani che per primi, nel lontano 1952, aprirono la Missione in Indonesia. Le sue spoglie riposano ora accanto a quelle di p. Spinabelli, suo conterraneo, nel piccolo, grazioso cimitero ricavato nel giardino della Casa Religiosa che i Saveriani hanno a Padang, nell’isola di Sumatra. Qui, accanto ai pionieri, trascorrono momenti di raccoglimento e preghiera i missionari di passaggio a Padang, sede vescovile.

boggiani Nato a Gazzolo d’Arcole, nel novembre del 1914, in una famiglia di modesti contadini, p. Mario entrò a 15 anni nell’Istituto dei Saveriani a Vicenza, diretto allora da p.Pietro Uccelli. A 23 anni venne ordinato sacerdote a Parma. Spirito allegro, gioviale ed entusiasta, venne destinato alla Casa di Grumone, antica villa sull’Oglio ai confini tra Brescia e Cremona. La sua specifica attività: l’animazione vocazionale nella diocesi di Brescia dove, dopo più di mezzo secolo, è ancora ricordato.

Nel 1946 partì per la Cina. Ma già allora l’esercito rivoluzionario comunista stava completando la conquista della nazione. Quando anche la regione del Kian-si venne occupata, tutti i missionari e le suore vennero cacciati, trovando accoglienza ad Hong Kong. In attesa di una soluzione sulla loro destinazione (si parlava di Australia, Giappone, Brasile), a p. Mario e ad altri sette confratelli giunse da Parma l’ordine di imbarcarsi per l’Indonesia, e precisamente Padang, una città posta sul mare nella parte occidentale dell’isola di Sumatra, dove grossi nuclei di famiglie cinesi avrebbero addolcito per il missionari il distacco dall’amata Cina.

Il giorno 23 novembre del 1952 gli otto intrepidi raggiunsero Padang, il centro della missione tenuta dai Cappuccini olandesi. Ben presto i componenti del gruppo vennero separati per raggiungere ciascuno la nuova residenza. Fu una vera avventura: non conoscevano una parola della lingua indonesiana, erano del tutto ignari della cultura nella quale erano costretti a vivere; nessuno li presentò, nelle varie residenze, ai missionari che là risiedevano. Il vescovo Cappuccino mons.Brans aveva loro scritto ad Hong Kong: "Appena sarete in grado di esercitare il ministero, dopo circa sei mesi, i padri Cappuccini saranno ritirati dai posti occupati e voi farete da soli".

E così fu. Padre Mario raggiunse Bukittinggi, una cittadina costruita dagli olandesi, abitata dai Minangkabau, di stretta religione islamica; tra di loro nessun cattolico: l’islam è sempre stato impenetrabile al cristianesimo. Esisteva là una piccola Comunità di immigrati cinesi, che comprendeva un gruppo di cattolici. Il nuovo arrivato sperava di poter parlare con loro la lingua cinese; ma la sua, quella del sud, era diversa da quella parlata dagli immigranti cinesi del nord.

Dovette studiare la lingua indonesiana. Fu tra di loro, in luoghi e comunità diverse, che p.Mario trascorse la sua vita di missionario chiamato ad annunciare e a curare gli infermi. Molte furono le umiliazioni e le persecuzioni che soffrì, scarse le soddisfazioni: i battesimi, gioia dei missionari, furono sempre pochissimi, un avaro raccolto. Padre Mario non si scoraggiò mai: rimase, nonostante tutto.

Gesù non ha mai promesso un raccolto ricco: missione è annunciare, insegnare, rivelare il vero volto di Dio, il Dio dell’Amore; missione è testimoniare con la vita la presenza del Signore in mezzo agli uomini che egli ama e che vuole suoi.

Padre Mario, animato da un profondo spirito di sacrificio, mai si lamentò, mai chiese di cambiare missione, fu sempre sorprendente, loquace e impenitentemente ottimista.

Bisogna aver amato quella gente come lui ha fatto per resistere in tanta solitudine e miseria, con scarse consolazioni umane di cui pure il cuore dell’uomo ha bisogno. Ammirevoli ed eroici sono quei missionari, minacciati di morte, perseguitati, battuti, espulsi e uccisi: non meno crudele è il martirio di rimanere per 50 anni in mezzo ad un popolo che non ti vuole, non ti sopporta e ti volta le spalle.

Quando giunsi in Indonesia nel 1965, l’andai a trovare nella graziosa Bukittinggi: fu felice di rivedermi da quando nel 1943 mi conobbe ragazzino studente di prima media. Non avendo saputo del mio arrivo, si trovò nei pasticci per prepararmi il pranzo: non aveva la domestica e in casa non aveva nulla. Mi promise un pranzo di gala e sorridendo uscì di casa. Ritornò ancor più sorridente offrendomi del riso in una foglia di banana e alcuni pezzetti di gallina arrostita comperati al mercatino. Sapeva farsi voler bene, anche se qualcuno tentò di sviarlo dalla sua missione sacerdotale, di avvelenarlo – mi raccontava lui – come è costume tra i Minangkabau.

Padre Mario ha voluto rimanere tra i suoi anche dopo la morte. Come il seme di grano sepolto, in attesa di una nuova fioritura.



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