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Ricordi personali sul servo di Dio P. Uccelli

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Narrati da p. Franco Teodori

La sera del 29 ottobre 1954, appena rientrato dalla Cina, appresi la notizia della morte, avvenuta nella Casa di Vicenza, del carissimo p. Pietro Uccelli. L'avevo salutato con gioia e commozione 18 anni prima, il 1 ° ottobre 1936, a Vicenza in occasione della mia partenza per la Cina con p. Zulian e fr. Stocco, ed egli, già nostro Rettore, ci aveva circondato di paterno affetto.

Le notizie dei suoi ultimi mesi di vita mi erano giunte da p. Giovanni Zotti che, espulso dalla Cina nel 1952, era stato nominato Rettore della Casa Saveriana di Vicenza. La decisione era stata indovinatissima, specialmente in vista dell'assistenza a p. Uccelli  che era entrato negli 80 anni, non solo perché era conosciuto il filiale affetto e la devozione che legava l'antico allievo al vecchio Rettore che l'aveva educato e inviato al Noviziato nel 1925, ma anche perché il carattere gioviale di p. Zotti e la sua lunga esperienza di attività medica in Cina sarebbero stati preziosi a sollievo dell’animo e del fisico del santo vecchio.

Quando me ne parlava, aveva accenti così simpatici e descriveva quadretti di vita “da fioretti”, che mi confermava nella convinzione che p. Uccelli, pur con gli acciacchi e il fisico logoro per il lungo lavoro in Cina e in Italia a gloria di Dio, onore di s. Giuseppe, la formazione degli allievi missionari e il bene delle anime, aveva conservata intatta la sua anima  semplice e pura, innamorata di Dio, sempre zelante, tesa alla santità, fatto esempio e stimolo per quanti l’avvicinavano. E godevo che la fama di santità di cui era circondato p. Uccelli nei nostri lontani giorni che lo mettevano al centro di tante "miracolose avventure" lo avesse accompagnato fino alla tomba.

Il mio primo incontro con p.Uccelli avvenne così. Dal Seminario di Subiaco, da dove mi "prelevò" il Fondatore mons. Guido Maria Conforti, che era venuto in visita ai monasteri dei Benedettini, passai nella Scuola Apostolica per l'ultimo anno di ginnasio il 17 ottobre 1925 a Vicenza. Ma bastarono pochi giorni per comprendere che realmente mi trovavo davanti ad un sacerdote religioso-missionario santo nel vero senso della parola, mortificato nel cibo e fedele osservante della povertà.

Cominciai ad ammirare la cura che ci metteva nell'insegnare a far bene la meditazione tutti i giorni prima della Messa, come commentava i testi, adatti alla nostra capacità e come era esigente quando al termine ci interrogava sul soggetto della meditazione. Più di una volta colse in fallo anche me per distrazione, e paternamente mi rimproverò. Osservavo la devota celebrazione della Messa, che se non raggiungeva la perfezione liturgica dei monaci, incantava per quell'unzione e per quei gesti sacri che aumentavano l'aureola attorno alla figura di questo missionario carico di meriti.

Tutte le funzioni comunitarie in Cappella erano segnate dalla sua grande fede e devozione. Non era infrequente per gli assistenti e per le suore addette alla cucina sorprenderlo a notte alta, davanti al Sacramento, dopo essere passato nelle nostre camerate a dare la benedizione e augurare la buona notte. Nutriva venerazione per il Fondatore di cui aveva  sempre celebrato le lodi: docile all'obbedienza, dimentico di sé, mortificato, uomo di preghiera, predicatore efficace, direttore di anime consumato, consigliere apprezzato, educatore di generazioni di Saveriani; alieno da compromessi o cedimenti quando bisognava salvare la verità e la disciplina, ma accogliente come una madre quando c'era bisogno di confortare e guidare anime che erano in dubbio e in pena, o risollevare quelle che erano passate per qualche prova dolorosa.



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