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Il timore della chiesa missionaria

Amatissimo santo padre Benedetto, ho una gran voglia di scriverti. Come missionario, ho avuto la grazia e la fatica di vivere, per oltre vent’anni, in una popolosa nazione islamica. Che bello, ogni tanto, tornare a casa e rivedere i familiari, gli amici, i compagni di studio... Anche noi, sai, in seminario, facevamo le “dispute teologiche”. Ce la mettevamo tutta per sfoggiare il meglio di noi e fare bella figura. È naturale!

Anche tu sei tornato a casa, in Baviera. Hai ricordato gli anni della giovinezza; hai visitato la tua università. Là, per un po’, ti sei sentito professore. Hai messo da parte i pensieri del papa e hai sfornato la tua “lezione magistrale”, regalandoci uno sprazzo di quella cultura vasta e profonda che ti caratterizza.

Davanti a te, avevi le tivù di mezzo mondo, giornalisti e fotografi; c’erano anche i paparazzi, quelli che cercano lo scoop... Quando la sera di martedì 12 settembre, al tg hanno ripetuto quella fatidica frase della tua citazione - la più offensiva e blasfema per l’islam, mi sono messo le mani nei pochi capelli: “Benedetto papa! Vorrai mica che facciano fuori i cristiani e i missionari che vivono con i musulmani!”.

Perdono, mi è scappata! Sono andato subito a cercare su internet il testo completo della tua “lezione”. L’ho letta da capo a fondo: bella davvero! Una splendida sintesi, che spazia su oltre due millenni di storia umana, tra ragione e fede. Forse hai tralasciato una terza realtà: il cuore, quello che ama e perdona, anche senza troppo ragionare. L’avevi detto così bene: “Dio è amore” e “la carità è l’anima della missione”. Ma il chiasso su quella frase ha oscurato e soffocato tutto il resto. Peccato!

L’università di Ratisbona è stato il tuo “areòpago”. All’areòpago di Atene, avevano insultato Paolo: “...ti sentiremo un’altra volta!”. A te hanno fatto di tutto; perfino bruciato come un fantoccio... “Hai offeso il nostro profeta! Vogliamo le scuse!” - hanno gridato da mezzo mondo. Quando poi hanno bruciato le chiese e sparato sulla suora, ho temuto il peggio per la piccola e paziente chiesa missionaria.

Sei tornato su quella frase tante volte. Hai dovuto sganciare tutte le risorse diplomatiche, per cercare di far capire che “eri stato frainteso”. Hai spiegato il tuo pensiero, perfino agli ambasciatori musulmani, per consolidare ponti d’amicizia e cercare vie di riconciliazione, nella reciprocità. Il fuoco sembra domato, il ciclone calmato. Ma non credere che sia tutto finito. I musulmani non dimenticano facilmente. Se ci hanno messo “una pietra sopra”, la riprenderanno in mano con la mossa di tirarla, quando noi missionari diremo che vogliamo dialogo e fratellanza: “Sì, ma il vostro papa a Ratisbona...”. Saranno altrettante occasioni per spiegare il tuo vero pensiero.

In questi giorni, hai affermato tante volte la tua stima per tutti, la tua volontà di dialogo con l’islam. Ti sei impegnato di fronte al mondo. Non puoi più tornare indietro. Dovrai mantenere la parola, dimostrandola con gesti concreti, che solo lo Spirito Santo ti potrà suggerire. Saranno i gesti di un’epoca nuova. Allora quella vecchia - delle guerre sante e delle crociate - sarà davvero chiusa. Ma forse, per la reciprocità, dovremo attendere la parusia.

Post scriptum - Non avere paura.

Cristo ha promesso di starti vicino, perché il male non prevalga. Ma ti prego, lascia stare l’imperatore medievale. Abbiamo tanti santi e martiri da citare, dal poverello d’Assisi a suor Leonella e ai tre indonesiani... Solo il vangelo di Gesù merita il dono della nostra vita, nello scandalo della croce. E quando “siedi in cattedra”, non tener conto solo dell’Europa e dell’Occidente. Sei anche nostro, il papa della chiesa missionaria. Che ha qualcosa da dare e da dire.



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