"Per quattro non c’era da mangiare": Messa di diamante, p. Viotti
Padre Giuseppe Viotti il 7 marzo scorso ha tagliato il traguardo dei 60 anni di vita sacerdotale missionaria. È originario di S. Lazzaro Parmense, ha 84 anni, ed è partito missionario per il Congo nel 1958.
Da molti anni vive a Parma, nella casa madre dei saveriani. Dedica il suo tempo maggiore alla preghiera, alla direzione spirituale e al sacramento della riconciliazione. I fedeli sanno che nel santuario del beato Conforti, c'è sempre un missionario a disposizione per la confessione.
Gli abbiamo rivolto alcune domande, per farci raccontare qualcosa sulla sua lunga e fruttuosa esperienza di prete e missionario.
Cosa si prova dopo tanti anni di servizio a Dio?
Il beato Conforti nella sua Lettera Testamento ha scritto: "Il Signore non poteva essere più buono con noi". Questa affermazione la applico a me, alla mia vita. I miei 60 anni di vita sacerdotale sono una continua verifica dell'amore che la divina Provvidenza ha avuto per me.
Com'è nata la tua vocazione?
Quando sono nato, papà e mamma erano molto poveri. Mia madre allora mi portò nella chiesa di santa Cristina a Parma, dove c'era un quadro della Madonna del rosario. Di fronte a quell'immagine pregava così: "Fa' morire me e questo mio figlio, perché per quattro non c'è da mangiare".
In seguito, papà trovò un lavoro che ci portò a trasferirci a Carpi, in provincia di Modena. Il lavoro ci ha salvati dalla miseria. Non solo, a Carpi trovai un sacerdote santo che mantenne me e altri ragazzi che desideravamo frequentare il seminario, ma che non potevamo pagare le rette mensili, perché le famiglie non avevano risorse.
E i saveriani?
A 17 anni non potei fare a meno di rispondere alla vocazione di farmi missionario. Nel 1941 entrai tra i saveriani per fare il noviziato a S. Pietro in Vincoli (Ravenna); dopo gli studi, il 7 marzo del 1948 sono stato ordinato sacerdote. Il giorno seguente, l'8 marzo, fui invitato a celebrare la prima Messa proprio nella chiesa di santa Cristina, dove c'era un mio parente sacerdote. Allora mia mamma si ricordò della preghiera fatta... ed ecco la risposta del Signore.
Sei stato missionario in Congo...
Sì, nella vita missionaria il Signore mi ha fatto sentire, nello stesso tempo, fortunato e piccolo, soprattutto nell'esperienza del confessionale. Lì ho conosciuto dei santi e ho conosciuto dei peccatori, ai quali ho ridato la gioia della conversione.
Come hai superato le difficoltà?
Per tre mesi sono rimasto nelle mani dei ribelli, insieme ad altri undici saveriani, nove suore e sette europei. Ero molto giovane e incosciente, e credevo anche che la Provvidenza mi desse grazie particolari. In quella situazione, io ero il più tranquillo. Avevo sempre un grande ottimismo che mi accompagnava. Mi sembrava che fosse mio compito raccontare delle barzellette, per non permettere al "virus" della paura di entrare dentro di noi e impossessarsi della nostra vita.
Poi la liberazione!
Siamo stati liberati il 7 ottobre 1964, festa della Madonna del rosario, alle ore 8,30. Lo ricordo bene. Una lunga colonna militare ci ha portato alla libertà. Quando siamo giunti a destinazione era mezzogiorno, l'ora in cui si fa la supplica alla Madonna di Pompei, Regina delle vittorie. Allora, fratel Guglielmo Saderi, arrivato in Italia, si recò al santuario della Madonna di Pompei per offrire il suo rosario, come reliquia di quel miracolo che la Madonna ci aveva fatto con la liberazione.
Un messaggio per i giovani...
L'augurio che faccio ai giovani missionari è di prepararsi bene, per diventare sacerdoti santi.
...e uno per chi ti conosce
A tutte le persone incontrate, auguro che si fidino sempre di Dio nostro Padre. Nei momenti di sofferenza si sperimenta ancora di più la grandezza della Provvidenza del Signore. Vale la pena provare questa grande gioia! Se non fossi stato missionario, forse non avrei avuto la fortuna oggi di poter ringraziare il Signore. Lo ringrazio con tutto il cuore.








