P. Rebecchi: la vocazione è una risposta
Cosa sappiamo dei saveriani originari del territorio di Cremona? Questo mese ospitiamo la testimonianza di p. Matteo Rebecchi di Pizzighettone, classe 1965.
Com’è nata la tua vocazione missionaria?
Difficile stabilirlo con precisione; i primi contatti sono stati con p. Ernestino Luvié e p. Claudio Marinoni, missionari della mia stessa parrocchia. Ricordo, alle elementari, la mia risposta negativa a p. Ernestino quando chiese chi di noi volesse fare il missionario, ma poi aggiunsi che mi sarebbe piaciuta la vita di Albert Schweitzer. Alle superiori, c’è stato un campo di lavoro organizzato dai saveriani di Cremona a Spinadesco, coordinato da p. Rino Benzoni. Qui, l’impatto con la missione è stato un po’ più cosciente e ho iniziato a conoscere la povertà dei popoli del mondo intero. Il rientro in parrocchia è stato difficile, soprattutto nel far percepire quanto avevamo vissuto… Ho proseguito poi con il gruppo missionario giovanile dei saveriani di Cremona, ma la mia vocazione è anche figlia della mia parrocchia e del mio oratorio. Avevo anche pensato al Seminario, ma non mi piace la vita solitaria dei presbiteri diocesani.
Perché hai scelto i Saveriani?
Perché sono stati quelli che ho conosciuto per primi ed è stato un incontro provvidenziale.
Come ha reagito la tua famiglia?
Ho dovuto rimandare la comunicazione della mia scelta religiosa perché la mia famiglia stava attraversando un periodo difficile, a causa di un grave infortunio subìto da mio fratello. Dovevo ancora finire l’università, poi avrei dovuto iniziare un lavoro e formare una famiglia. Questi erano i progetti dei miei genitori per me e, per questo, all’inizio, sono rimasti molto disorientati. Papà Gianni ha reagito in silenzio, mentre mamma Luisa ha espresso più chiaramente il suo disagio. Ora capisco che si è trattato di un atto d’amore e di protezione da parte loro. In realtà, non si sono mai opposti, ma all’inizio c’era una certa sofferenza. Vista la mia serenità, si sono resi conto che era la scelta giusta.
Cosa ricordi della tua formazione?
Secondo me, è stato molto importante il periodo prima del mio ingresso tra i saveriani, nel gruppo giovanile di Cremona, dove non si faceva soltanto animazione, ma anche formazione, con un lavoro sulla Parola (con p. Tosolini) e una direzione spirituale intensa. Si tratta quindi di un cammino formativo giovanile significativo, al quale io stesso, come formatore, faccio spesso riferimento.
Chi è stato importante per te?
I formatori, sia prima che dopo il mio ingresso tra i saveriani. Nello studio, ho avuto un input durante le lezioni di Cristologia che hanno fatto nascere in me la passione per il dialogo interreligioso. Nei miei formatori ho sempre trovato persone oneste e concrete, veri esempi di vita (non solo a parole), appassionati della missione.
La tua esperienza missionaria finora…
Non volevo né Filippine né Indonesia… Puntavo al mondo buddhista e, in teologia, avevo iniziato a studiare il vietnamita. Poi, mi sono fidato dei miei superiori e ho incontrato il mondo musulmano. Nel 1999 sono arrivato in Indonesia, una nazione con tanti popoli ed etnie, dove ho scoperto l’Islam e incontrato i fedeli musulmani. Sono stato alle isole Mentawai che è un mondo diverso, nella foresta, molto semplice. Qui ho scoperto nuove culture e gente fraterna, per cui i rapporti umani sono fondamentali. Nel 2017 sono arrivato nelle Filippine e, a una certa età, non è stato facile. Ho ancora difficoltà con la lingua (la pandemia ci ha tenuti isolati per due anni), ma è stato uno stimolo utile che mi ha aiutato a ripartire da zero. Attualmente, sono formatore della Teologia internazionale di Manila, una comunità di 14 persone tra formatori e teologi di 6 Paesi diversi.
L’Italia vista dalla missione
‘Fare il prete’ in Italia è difficile a causa delle attuali sfide culturali e sociali, soprattutto quella dei migranti. La Chiesa sta facendo quello che può, ma è una bella Chiesa. Le sfide sono un po’ dappertutto, anche nelle Filippine. Il Papa sta chiedendo un grande cambiamento nel clero attuale, in tutto il mondo sempre più globalizzato e preda del secolarismo e del materialismo.
E ai giovani che vogliono diventare missionari cosa diresti?
La vocazione deve essere autentica. Se sentono una scintilla dell’amore di Dio che li spinge a far sì che altri conoscano Gesù, è una chiamata missionaria e devono dire SÌ! Ho paura di chi decide di essere missionario e non ha la chiamata. Non si tratta di una scelta umana, ma di una risposta. Io ho sentito forte l’amore di Dio in me in questo cammino e il desiderio di condividerlo. La vita missionaria è bella se viene presa sul serio, ma non è un lavoro e non deve essere intrapresa per risolvere problemi sociali.
Approfitto per augurare a tutti i lettori Buon Natale e Felice 2023!







