Il sordomuto
In questi sentieri, un tempo passava tanta gente. C’era chi tornava dal mercato, dove aveva venduto la frutta e la verdura cresciuta intorno a casa, chi invece nella gerla aveva messo l’erba per i conigli tagliata nei prati, chi la legna per metterla nella stufa dove preparava il cibo e si riscaldava quando faceva freddo… Insomma, era un via vai di persone. Quando si incontravano, si salutavano con la frase valsesiana “lègru” (stai allegro). E poi continuavano il cammino. Non c’era bisogno di parlare. Un po’ come successe un giorno a Gesù, secondo il racconto del Vangelo, quando gli portarono un sordomuto. I suoi parenti non sapevano più cosa fare. E così decisero di andare da Lui, che li accolse sorridendo. Il sordomuto, vedendo il volto di Gesù, cominciò a sorridere. E, tra un sorriso e l’altro, Gesù gli toccò le orecchie e la bocca. E all’improvviso, quell’uomo si mise a danzare di gioia e a gridare: “Che bello, sento tutto”. Prese la mano di Gesù e quella dei suoi parenti e amici. Qualcuno cominciò a suonare i tamburelli e altri strumenti. E la festa iniziò e durò fino al tramonto. Si fermarono un pochino per riprendere fiato e mangiare qualcosa. Poi, con la luna e le stelle, la festa riprese con più intensità attorno al fuoco. Erano tornati gli amici di Gesù dalla loro missione e così tutti fecero un bel cerchio, fino a quando il sonno cominciò a chiudere gli occhi di tutti. Gesù si avvicinò all’ex sordomuto e gli sussurrò: “Ora vai a parlare di me a tutti, ascoltali e sii felice”. Così il saluto “lègru” continua e anch’io lo sono.







