Albania: il primo viaggio, il primo sguardo
Sarebbe bello chiedere a tutti i missionari: “Cosa vedete, cosa accogliete, cosa desiderate quando arrivate in una terra che non è la vostra?”. Per chi ha trascorso la vita in missione, credo sia la stessa esistenza a rispondere, insieme a tutto ciò che diventa poi, la loro terra.
Dall’aeroporto di Tirana siamo arrivati a Berat in poco meno di due ore di viaggio. La povertà e la miseria non le avevo mai viste così… ovunque, per interi chilometri. Non c’erano argini alle strade, per lo più sconnesse, cancelli a limitare le case, muretti, giardini, fiori, aiuole. Le abitazioni sono povere, a volte baracche o dimore con muri tirati su di fretta, molti sono edifici abbandonati. Anche a Berat ho visto persone e cani randagi tra i rifiuti, bambini soli per strada, uomini e donne lontani dalla vita che possiamo condurre qui. L’Albania si sta spopolando, ormai è da anni che i giovani cercano di lasciare il Paese; la maggioranza delle famiglie rimaste vive così, in questa povertà di mezzi e prospettive, inasprite da una corruzione potente e radicata soprattutto nella sanità e nella scuola. Ma vi assicuro che le persone sono serene.
Ricordo continuamente questa serenità, ora che sono tornata a Buttrio. L’ho vista soprattutto in suor Maria e suor Rita, infaticabili e forti nella fede, nei bambini della loro scuola durante l’oratorio al quale abbiamo partecipato dando una mano nei vari laboratori, nelle maestre, donne meravigliose, più che colleghe, sorelle. Ragazze che mai si troverebbero nel dubbio di lasciare quel luogo, quella missione di lavoro. Non ci sono vocazioni in Italia, non ci sarebbero altre figure in grado di prendere il posto o supportare le suore, ormai anziane, per gestire la scuola materna, nel caso venisse loro meno la salute, eppure vanno avanti sempre insieme. Sanno che la scuola è importante, per loro, per tutti i bambini e le famiglie, per Berat e per l’Albania del domani.
Vivere in Albania è difficile, risanare l’anima di un popolo, ferita profondamente dall’odio che la storia sa infliggere, è difficile; cercare di ridare speranza è difficile; fortificare e amplificare la Parola di Dio è una missione preziosa che porta e richiede attenzione, pazienza, accoglienza, delicatezza e rispetto ma soprattutto amore. Tra le preoccupazioni e le incertezze che ogni giorno affrontano sia le suore dell’Istituto Santa Lucia Filippini di Berat che i religiosi della Piccola Famiglia di Uznove, spicca però chiara la tenacia di queste piccole comunità, ma non la tenacia nell’isolamento, quanto una forza rinvigorita dal senso di fratellanza cristiana e da un ecumenismo vissuto giorno per giorno. Pur immersi nella grande povertà dei quartieri di Berat, in un tempo instancabilmente laborioso, ritmato anche dal richiamo del muezzin della moschea vicina, nella quotidianità di un piccolo ma forte apostolato, la fede che ho visto qui, ha un gran sapore proprio come il sale della terra a cui il Signore si riferisce.
Tutto ciò che abbiamo respirato in quest’intensa esperienza missionaria lascia indelebilmente un segno, anzi tanti segni, tanti tesori da cogliere e far crescere, anche se noi siamo in Italia, anche se la nostra presenza può forse poco. Ma i passi degli uomini non contano come i passi di Dio e quelli di Dio non contano come quelli degli uomini.
Ringrazio p. Andrea e tutti i missionari che si sono uniti e si uniranno per questo vasto e sconfinato campo di missione e auguro con speranza che il gruppo del Laboratorio di missione possa portare una voce al ricordo e tessere un filo che mai si spezzerà. Anche solo un filo di voce… che chiama o richiama, che canta e gioisce, che unisce e che prega, per costruire, insieme, piccoli gesti di viva fede (Roberta).
Non sappiamo ancora cosa desidera Dio per questa terra e per il suo popolo.
E come potremmo essere noi parte di questo Suo progetto.
Ma ce lo farà sapere.
Le strade dell’Albania sono tante ed inesplorate.
Noi siamo solo pellegrini.
Invitati a percorrerle.







