Grazie all’angelo custode ha protetto i miei passi in missione
Credo che nostro Signore abbia dato l’incarico ad un angelo di aiutarmi fin dall’inizio di questo lungo viaggio che prosegue da 32 anni.
La prima volta è stata il 3 settembre 1992 sull’aereo per Freetown nel mio primo viaggio. Casualmente, senza che ci conoscessimo, aveva trovato posto vicino a me p. Bepi Berton che per tutto il volo mi ha introdotto alla conoscenza del lavoro dei Saveriani in Sierra Leone e mi ha aiutato a espletare le formalità necessarie per uscire dall’aeroporto. Il Signore non poteva essere più buono con me! In un aereo che ospitava almeno 300 passeggeri, senza che fosse stato pianificato, avevo trovato accanto a me un missionario saveriano che lavorava in Sierra Leone!!
Sarà stata una coincidenza che questo angelo custode si trovasse vicino a me anche durante i 10 giorni nei quali (5 Saveriani e 6 suore di madre Teresa di Calcutta) siamo stati sequestrati dai ribelli nel gennaio del 1999. La sua presenza ci aiutò, perché, essendo cappellano del carcere di Freetown, era conosciuto dai nostri sequestratori, appena liberati dalla detenzione.
Non era p. Bepi l’angelo che mi ha protetto nel momento più difficile di questi 32 anni, quando un soldato mi ha sparato dritto al cuore. La buona sorte, o qualche mano misteriosa, ha deviato la pallottola, bucando il polmone, ma non toccando il cuore. Qualcuno lassù ancora non mi voleva pensionare dato che non avevo ancora lavorato abbastanza per guadagnarmi un posto in cielo.
Appena sbarcato, la prima realtà è stata la presenza di soldati armati fino ai denti. Era un paese in guerra contro i ribelli che dalla Liberia minacciavano il paese. Qualche mese prima, il 29 aprile, c’era stato il colpo di stato ed era diventato presidente un giovane soldato, il capitano Strasser. Dal 1991 al 2002, fine ufficiale della guerra, il Paese ha vissuto un incubo che sembrava non finisse mai. A volte, oggi chiedo ai giovani che cosa sanno della guerra in Sierra Leone e loro mi rispondono che sanno molto poco e mi fanno anche capire che non sono molto interessati a quella storia.
I primi dieci anni sono stati un periodo altalenante fra la tensione, provocata dalla vicinanza dei ribelli, e la normale attività di tutti i giorni. Eppure è stato per me un momento positivo, perché ho imparato a conoscere un po’ la gente e la cultura del Paese e si sono creati, con tante persone, rapporti di amicizia.
Molte cose sono cambiate dal 1992 ad oggi. È arrivata la pace, ma non solo. Tanti aspetti hanno modificato lo stile di vita della gente. Era molto comune l’uso della lampada a kerosene ed erano caratteristici i canti dei bambini che la sera, con una bottiglia di plastica ed una piccola lattina di pomodoro (tamatis kop) giravano per il paese, illuminato solo dalle lampade a olio dei tavoli dei venditori ambulanti, cantilenando: “C’è kerosene, 100 leoni per una lattina!”. Adesso usiamo le lampade solari o ricaricabili con un USB e la corrente elettrica è diventata una realtà normale, almeno nei centri più importanti del paese. E la radio per 20 anni è stata l’unica opportunità di contatto con il mondo. Adesso si usa lo smartphone che è stata davvero una rivoluzione.
Tutto ciò ha reso la vita un po’ più facile, ma non ha cambiato la situazione di molte persone che non riescono a trovare un lavoro. Purtroppo nel paese c’è in ballo un’altra guerra: la mancanza di occupazione spinge tanti giovani a cercare consolazione nella droga, che diventa una fuga dalla realtà di povertà di tutti i giorni.
Un aspetto positivo è la crescita della chiesa cattolica, non solo nel numero dei cristiani ma anche nella loro maturità. Adesso il numero dei presbiteri locali ha raggiunto le quaranta unità e i laici che sono cresciuti nelle nostre scuole e parrocchie stanno prendendo in mano le redini di queste istituzioni. Il vescovo di Makeni è sierraleonese, Boh John H. Koroma, dopo i saveriani Azzolini, Biguzzi e Paganelli.
La Chiesa si sta muovendo verso l’autosufficienza economica. Nei cristiani c’è più consapevolezza di aiutare la crescita ecclesiale in tutti gli aspetti: pastorale, economica e spirituale. Noi Saveriani siamo rimasti in 17 e siamo ancora incaricati di quattro parrocchie. E la nostra comunità non è più a maggioranza italiana, ma multietnica. È un’opportunità per mostrare alla gente che il Vangelo non crea barriere fra diverse etnie e si può lavorare insieme.
Pensando ai 75 anni dei Saveriani in Sierra Leone, non posso dimenticare i tanti confratelli che hanno lavorato qui. Ho avuto la fortuna di vivere in comunità per tre mesi con i p. Stefani e per cinque anni con p. Calza. Mi hanno accolto come il nipote della comunità. Sono grato a loro e a tutti quelli che ho incontrato. Il nostro lavoro continua. Spero che il mio primo angelo, p. Bepi Berton, continui a tenermi la mano sulla testa, come ha fatto all’inizio di questa lunga e bella esperienza.







