Ricompensa nelle mani di Dio
LA PAROLA
“Ebbene, io vi dico: fatevi amici con la ricchezza ingiusta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti e chi è ingiusto in cose di poco conto, è ingiusto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza ingiusta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e mamôna [ricchezze]”. I farisei che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: “Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che tra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole. La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi. È più facile che passino il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della Legge. Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio” (Lc 16,9-18).
La lode dell’amministratore ladro, però sagace, della parabola precedente, ci ha lasciato attoniti. Cos’ha voluto dire Gesù attraverso quel linguaggio paradossale? Luca raggruppa qui una serie di detti che cercano di illuminare da diversi punti di vista il senso di quella lode.
Il rapporto con i beni della terra è un tema che gli sta molto a cuore, complesso e spinoso, la porta stretta per la quale molti non vogliono passare. Una certa teologia, ancora viva e vegeta, sosteneva che le ricchezze fossero il segno della benedizione di Dio. Già i profeti avevano messo in discussione tale equivalenza. La fedeltà a Dio, espressa soprattutto nell’osservanza delle norme cultuali, non poteva essere usata come talismano per ottenere benessere e prosperità. In God We Trust è scritto su famose banconote: ma di quale Dio si tratta?
È vero, i beni terreni riassunti nelle parole “ricchezza, denaro” sono un dono di Dio, ma sono messi in mano agli esseri umani, sempre tentati di impossessarsene a scapito degli altri, di farne dei fini e non dei mezzi. Nulla più del denaro può portare via il cuore. Nella Scrittura l’adorazione delle ricchezze è considerata un adulterio, un tradimento del Dio unico. È questo il paradosso di una realtà effimera che riesce a travestirsi di eternità e a tramutarsi in un idolo: mamôna, ciò che è stabile.
Gesù sa che la ricchezza è sempre contaminata da qualche ingiustizia. I figli della luce non vivono in un mondo etereo, anch’essi camminano nel mondo delle tenebre. L’opposizione non è tra Dio e le ricchezze, ma tra il servire il Dio degli orfani e delle vedove o il vitello d’oro. Si tratta di un’alternativa radicale e ineludibile per la Chiesa e per ogni credente. Gesù è perentorio: chi non sa gestire la ricchezza ingiusta non può pretendere che gli siano affidate le ricchezze del cielo. La trasparenza e l’equità nell’amministrare i beni della terra è condizione prioritaria, criterio di discernimento per giudicare l’autenticità della vita cristiana ed ecclesiale.
Oggi come ieri la Chiesa è chiamata a testimoniare il primato del regno. Gesù non propone l’ideale stoico del disprezzo dei beni e della povertà volontaria fine a sé stessa. Abbandona le piste fuorvianti dell’ascetismo e dello stoicismo, ma anche quelle dell’elemosina e dell’assistenzialismo.
Per Luca è chiaro che la ricchezza che non viene posta a servizio dei poveri è mamôna iniquo, segno di ingiustizia e di peccato. Il solo modo di essere evangelicamente poveri, oggi, è usare le cose come segno di comunione e condivisione. Condivisione e non elemosina o assistenzialismo; condivisione e non disprezzo del mondo. Solo così saremo accolti nelle dimore eterne: una ricompensa che è nelle mani di Dio e non nelle nostre.







