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Venerdì 27 giugno, abbiamo dato l’ultimo saluto a padre Michele D’Erchie, salito al cielo sei giorni prima a Parma. I funerali sono stati celebrati da mons. Alessandro Greco, vicario generale della diocesi di Taranto. Il paese tutto, i confratelli saveriani e i presbiteri originari di Montemesola lo hanno accompagnato fino al cimitero per il riposo eterno. Padre Michele ha avuto una vita intensa e movimentata. Lui stesso ce l’ha raccontata in uno scritto.

“Tutto è iniziato nel settembre 1964 quando sono arrivato in Burundi. Dopo aver studiato la lingua kirundi, vengo inviato alla missione di Murago, a 1.700 metri di altitudine. La missione di Murago era completamente isolata e con strade di accesso scomode e pericolose. Sono rimasto in questo villaggio quattro anni, facendo il medico dei corpi e dello spirito. Ciò è stato possibile grazie agli studi di medicina fatti in Italia, mentre studiavo teologia. E così riuscivo a comunicare più facilmente con la gente. Siamo riusciti a realizzare un piccolo ospedale con l’aiuto della diocesi di Taranto e con il lavoro, gratuito ed entusiasta, della gente povera che sentiva quell’opera come una fortuna per loro insperata. Dirigeva i lavori p. Ernesto Tomè, saveriano friulano, tecnico di grandi capacità, condite di buon umore. Nel 1970, venne ad inaugurare questo piccolo ospedale dispensario, mons. Motolese, compianto arcivescovo di Taranto.

Nel 1972, ho rischiato la vita, coinvolto nei massacri tra tutsi e hutu. Rientrato in Italia nel 1974, tre anni dopo torno in Burundi, a Kigwena, lungo il lago Tanganika. Eravamo due missionari: uno si dedicava all’evangelizzazione e l’altro alle opere sociali. Alla fine del 1981, il dittatore del Burundi Bagaza comincia a perseguitare la chiesa, espellendo tanti missionari e anch’io sono costretto a rientrare in Italia. Nel 1982 ritorno in Africa per iniziare la nuova missione saveriana in Camerun e Ciad. Rimango dieci anni. I primi quattro li ho vissuti al nord, con tanto caldo (anche 48 gradi!) e la polvere del deserto. Ma, nonostante questo, si vedevano i frutti del lavoro. Ci siamo dedicati alla formazione dei catechisti, alle scuole di alfabetizzazione e infine sono stati scavati dei pozzi per dare l’acqua alla gente.

Nel 1986, scendo a Bafoussam, dove abbiamo iniziato la parrocchia di Koptchou, alla periferia della città. Ci siamo dedicati molto alle piccole comunità di base, dove i cristiani settimanalmente si riuniscono per pregare, ascoltare il vangelo e vedere come renderlo concreto attraverso opere buone. Nel 1992 devo rientrare in Italia, con l’incarico di seguire a Tavernerio (vicino a Como) il Centro saveriano di formazione permanente per i missionari. Rimango lì otto anni. Nel 2000, sono a Salerno, dove mi dedico all’animazione missionaria in Campania e Basilicata. Dal 2005, sono a Lama, nella terra di origine, dove continuo ad animare in modo missionario le parrocchie, cercando di seminare simpatia e solidarietà per l’Africa e per l’ideale missionario”.

P. Michele aveva scelto di trasferirsi a Parma, poco più di un anno fa, per essere seguito dal punto di vista medico, ma l’abbiamo sempre sentito come facente parte della nostra comunità.



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