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Mentre la repubblica democratica del Congo "celebra" i cinquant'anni d'indipendenza in un clima d'incertezza, la chiesa locale dovrebbe verificare il suo vissuto e il suo ruolo nel cammino della nazione in questi decenni. «La chiesa è chiesa quando esiste per gli altri... Essa deve collaborare negli impegni della vita sociale, non dominando ma aiutando e servendo» (Bonhoeffer). Con questa osservazione, il celebre teologo tedesco indica i compiti e i limiti della chiesa nei confronti della vita politica di un paese.

1961 - 1972: la coscienza africana

Il 30 giugno 1960 il Congo Belga è proclamato Repubblica. I vescovi, che hanno salutato "con grande speranza" l'evento, si riuniscono in assemblea e fanno due scelte importanti: l'inculturazione e le comunità cristiane viventi. Il messaggio di Cristo deve raggiungere l'uomo nella sua realtà culturale e i cristiani laici hanno la libertà e il diritto d'iniziativa, come attori del loro avvenire

Per tre decenni il cardinale Joseph Malula è protagonista della vita ecclesiale congolese; s'impegna per l'africanizzazione del cristianesimo. Celebre è la sua frase: "L'Europa ha cristianizzato l'Africa, noi dobbiamo africanizzare il cristianesimo". Come gli intellettuali, di cui è assistente, pubblica "Il manifesto della coscienza africana". Alza la voce per reclamare il rispetto della persona umana, alla notizia dell'uccisione di suor Maria Clémentine Anwarite (e non solo lei!), prima martire del Congo, (uccisa il 30 nov. 1964 e proclamata beata da papa Wojtyla a Kinshasa il 15 agosto 1985).

1972 - 1990: la professione di fede

Joseph Desiré Mobutu diventa presidente il 24 novembre 1964: assicura il suo potere militarmente e vuole asservire la chiesa. Il "mobutismo" si trasforma in religione di stato: i movimenti giovanili sono soppressi, i nomi cristiani proibiti, le croci e le statue rimosse, i corsi di religione sospesi, le scuole nazionalizzate; il partito è introdotto nei seminari, le trasmissioni religiose sono cancellate, la stampa confessionale è abolita, la facoltà teologica è soppressa, la festa di Natale è cancellata dal calendario. In nome dell'autenticità la chiesa è perseguitata.

Il conflitto diviene anche personale: il presidente Mobutu attacca con violenza il cardinale Malula di Kinshasa, che per qualche mese si rifugia a Roma. La comunità cristiana "zairese" resiste, soffre nella prova e cresce. I vescovi nel 1975, in un momento di maggiore tensione, sentono il dovere di professare pubblicamente la loro fede davanti a tutta la nazione con la dichiarazione, "La nostra fede in Cristo". Il presidente non tarda a rispondere, il 20 maggio, con uno dei suoi grandi discorsi.

La tensione tra Stato e chiesa aumenta, ma senza arrivare a una rottura irreversibile. Celebri sono i documenti dei vescovi in questo periodo: "Appello alla ricostruzione del paese" (1978),  "La fede nell'uomo immagine di Dio" (1981), e la lettera di mons. Kabanga, "Io sono un uomo" (1976). Esprimono critiche alla struttura "partito-stato" e formulano proposte di riforme profonde, in favore di democrazia, decentralizzazione, rispetto ai diritti dell'uomo...

1990 - 1993: il coinvolgimento democratico

La caduta del muro di Berlino (il 9 novembre 1989) e la vittoria di Mandela sull'apartheid fanno sognare il Congo. È ora di far cadere il muro di trent'anni di dittatura. Il presidente Mobutu, indebolito politicamente e fisicamente, tenta la carta dell'apertura. Il partito unico lascia spazio ad altri partiti. La società civile si organizza e si esprime con forza. Si convoca la "Conferenza nazionale sovrana" per progettare una nuova Costituzione, per definire una vera repubblica (1991).

Il vescovo di Kisangani mons. Monsengwo, uomo di dialogo e imparziale, è eletto presidente della grande assemblea. La gente ascolta, alla radio e alla televisione, voci nuove di critica, denuncia, proposta, vita democratica, federalismo. Si riprende fiato e si ricomincia a vivere: si respirano entusiasmo, partecipazione, speranza.

Ma il presidente, incallito nel suo dispotismo, chiude inaspettatamente la Conferenza nazionale e reagisce con forza e brutalità sulla gente inerme che manifesta e chiede la riapertura (16 febbraio 1992). Il passaggio dalla dittatura a una vera "repubblica democratica" non va in porto, ma resta un'esigenza di non ritorno.

La chiesa, che partecipa attivamente alla Conferenza nazionale, pubblica due documenti: "Liberare la democrazia" (1991) e "Resistere nella fede" (1993). Le comunità parrocchiali organizzano conferenze e dibattiti sui diritti del cittadino, sullo stato di diritto, sul lavoro e compiti del sindacato. Ma nel più bello del sogno, il paese si trova davanti a una spaventosa tempesta che devasta tutto il paese.

1994 - 2003: la testimonianza nella tragedia

Il 6 aprile 1994 l'aereo che riporta a Kigali il presidente hutu della repubblica ruandese Juvenal Hbyarimana, accompagnato dal presidente hutu del Burundi Ntaryamira, è abbattuto. Il Ruanda è messo a ferro e fuoco da una violenza programmata. In poche settimane una follia omicida opera massacri. Circa due milioni di hutu si rifugiano all'estero, soprattutto nelle città di Bukavu e Goma nel Congo, creando una situazione umanitaria catastrofica.

L'invasione segna l'inizio della grande crisi che porta il Congo a vivere due guerre disastrose (settembre '96 e agosto 1998). La popolazione è la "vittima inerme, capro espiatorio di tanti interessi extralocali". La chiesa non riesce a placare la tempesta. Con energia lotta contro le avversità e orienta la gente a uscire dalla confusione.

Vescovi, preti e laici testimoniano e rischiano fino a donare la loro vita: l'arcivescovo di Bukavu mons. Christophe Munzihirwa è ucciso (29.10.96); il successore mons. Kataliko è esiliato; quattro fratelli missionari spagnoli, altri preti e suore sono trucidati; non si contano i massacri di migliaia d'innocenti congolesi e ruandesi... I vescovi nei loro messaggi perdono di efficacia e non denunciano nemmeno l'assassinio dell'arcivescovo.

Dal 1997 i vescovi cambiano strategia: non s'indirizzano più alle autorità, ma di preferenza alle forze sociali della base. Nelle loro assemblee annuali inviano alla popolazione un messaggio a sfondo politico e sociale. Reclamano un nuovo progetto di società nella non violenza; chiedono la difesa dell'unità e dell'integrità del paese; fanno appello alla democrazia; denunciano il saccheggio delle risorse del paese; appoggiano gli accordi di Lusaka e di Sun City; infine, ammoniscono i politici per la loro corruzione, che lascia il popolo nella miseria...

2003 - 2010: profeta, ma non troppo

Dopo l'assassinio di Laurent Kabila (16 gennaio 2001), il posto è preso dal figlio Joseph Kabila. Con gli accordi fatti in Sudafrica, è varata una nuova Costituzione e si programmano elezioni democratiche (30 luglio e 29 ottobre 2006). Le elezioni diventano un evento mirabile di risurrezione e d'indubbia crescita della nazione. L'intera chiesa congolese svolge una funzione importante e indispensabile. L'abbé Apollinaire Malumalu, di forte personalità, guida la commissione elettorale indipendente.

Dopo le elezioni, i problemi restano! Con il passare del tempo, all'euforia succede la delusione. La chiesa, pur registrando innumerevoli attività sociali in vari settori, non sembra essere con trasparenza il sale della terra e la luce del mondo. "Essa è profetica nelle parole - testimonia il vescovo congolese mons. Nkiere - ma spesso non siamo profeti nella nostra vita; non abbiamo unito la parola all'azione. C'è una certa complicità con chi maltratta il popolo". Una valutazione condivisa da molti.

Nel celebrare i cinquant'anni d'indipendenza, tutti dobbiamo domandarci: "Perché certi paesi del continente continuano a svilupparsi e il nostro, ricco di risorse umane e naturali, s'infanga sempre più nella miseria?". La gente dà prova di resistenza silenziosa ma effettiva. La speranza rimane. Il Signore della storia non cambia il suo disegno di rinnovare l'umanità oppressa e schiacciata.

Quale futuro per i prossimi cinquant'anni? Possiamo sognare la chiesa del Congo in cammino, sulle orme tracciate dai vescovi Munzihirwa e Kataliko? Annunciare il vangelo senza interessi né compromessi, appoggiare le giuste rivendicazioni della scuola e della gente, ripudiare l'impunità, lottare per la giustizia e lo sviluppo, dare speranza...? Una chiesa che è chiesa, perché "esiste per gli altri".

Buon cinquantesimo!



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