UNA SALITA SUL MONTE CATTIVO
P. Piergiorgio Lanaro, missionario saveriano in RdCongo, ci scrive facendo memoria dei giorni “cattivi” di dieci anni fa. Gli abbé Koko e Ndogole furono uccisi nella cosiddetta guerra dei “banyamulenge”.
E' una montagna che ti stronca le gambe, che non ti dà sosta, e strada facendo, pensavo a quel giovane prete che dieci anni fa, press’a poco nella stessa ora, sotto un sole rovente, percorreva quel sentiero: in canottiera, pantaloncini, ciabatte ai piedi, come lo avevano afferrato la sera prima, e con un sacco sulle spalle. L’amico Bihimana che mi accompagna mi racconta di quei giorni.
Tutto era precipitato la domenica 6 ottobre 1996, quando gli assalitori della montagna, i mandriani dell’altopiano avevano spezzato la resistenza dei militari congolesi. Poi il saccheggio che trovò i suoi punti preferiti nell’ospedale di Lemera e nella chiesa cattolica di Kidote. “Dovevi vederli quei forsennati, infagottati nei camici strappati in sagrestia e nel reparto medico: sembravano fantasmi bianchi che si precipitavano verso il basso seminando la morte. Pensammo fosse arrivato il nostro ultimo giorno”.
Il parroco, l'abbé Koko, tentò la fuga sulla sua camionetta, dopo aver preso con sé l’ufficiale che per mesi aveva ospitato nella sua casa e così segnò la sua condanna a morte. Alla terza curva lo attendeva una pattuglia con il kalashikov puntato: le raffiche centrarono in pieno la vettura, uccidendo sul colpo i due occupanti. Il curato, l’abbé Ndogole, si era rifugiato fra le erbe che cingono il campo sportivo: fu lì che lo scoprirono nel primo pomeriggio. Lo costrinsero ad introdurli nella casa parrocchiale, dove saccheggiarono tutto. Poi verso sera lo gettarono nella vicina prigione di Lemera. Nello stanzone oscuro si accalcava gente spaurita, ed egli s’impegnò a confortare quei poveretti, angosciati al pensiero della morte imminente. Per i cattolici ci fu l’assoluzione sacramentale, per gli altri le invocazioni dei salmi.
Alle prime luci dell’alba entrarono alcuni uomini armati, fecero uscire il prete cattolico, il medico protestante e un docente nella scuola secondaria. Additarono loro tre sacchi: “Adesso ce li porterete fino a casa nostra”.
Verso la morte
E così iniziò il lungo cammino verso la morte.I primi 12 km sulla strada pianeggiante, fino alla biforcazione in cui s’imbocca il sentiero che sale fino a Kirinja. Ancora due ore di marcia.
Siamo arrivati”, sussurra Bihimana. Fu lì che il prete si lasciò cadere al suolo, incapace di articolare parola. In silenzio ci raggruppiamo sul pendio scosceso attorno alla croce di bambù che abbiamo appena fissato sul terreno ed iniziamo la liturgia. Ho scelto il vangelo dei due discepoli impauriti che fuggono da Gerusalemme e lungo la strada incontrano il viandante sconosciuto. Faccio un cenno all’amico. E lui racconta.
Allora vuoi il riposo?”, gli chiesero. “Ebbene, te lo daremo noi il riposo, e subito”. A queste parole il prete aprì gli occhi e mormorò: “Lasciatemi un po’ di tempo per prepararmi”. Dopo qualche minuto disgiunge le mai e le sollevò verso il cielo. Il primo colpo lo ferì al braccio, il secondo alla gamba; il terzo lo colpì al ventre. Al quarto riuscì a sussurrare: “Signore, accogli la mia vita nelle tue mani”, prima di accasciarsi al suolo. Il quinto colpo lo finì. E poi ci fu il sesto, al cranio.
Sacerdoti nostri, piangiamo su di voi
Al termine i cantori iniziano una nenia funebre: “Preti nostri, piangiamo su di voi. Ricordiamo il bene ricevuto, l’affetto che ci unisce”.
Per quattro anni gli abitanti non osarono avventurarsi sul sentiero, sorvegliati dagli invasori. Pioggia e sole infierirono su quei poveri resti umani; in quei giorni corvi e sciacalli si gettavano sugli innumerevoli cadaveri sparsi dovunque: quello di Ndongore non fu più ritrovato. L’anno successivo all’assassinio dei preti nessuno dei fedeli osava celebrare il lutto prescritto dalla tradizione. I potenti di allora volevano che scomparisse anche la memoria della loro vittime. Bihimana dovette insistere perché le cerimonie si compissero almeno nel suo villaggio, visto che tutte altre chiese rimanevano chiuse per la paura, e che durassero tre giorni interi, come si deve fare con le persone importanti. La sera stessa tutti si precipitarono fuori della cappella per tornare subito a casa. Lui rimase solo a sopportare la collera dei vincitori.
Dopo due giorni, tornando dalla campagna, seppi che erano venuti a cercarmi. Tutti m’imploravano di fuggire, ma io temevo per la sorte dei miei figli, e così mi presentai io stesso ai loro capi. Mi buttarono in una fossa profonda, riempita d’acqua, e mi lasciarono lì tutta la notte, sperando ch’io morissi. E invece riuscii a sopportare il freddo della montagna. Mi salvò il messalino festivo portato con me, dove c’era la liturgia delle esequie, che mostrai loro: “Vedete, è la nostra religione che ci comanda di ricordare i nostri morti”. Mi lasciarono andare. Per quella volta.
Rimango assorto nei miei pensieri. Ascolto il canto e contemplo questa gente, così rassegnata. Penso a questi orribili 40 anni in cui lentamente tutto un Paese si è disgregato, perché una dopo l’altra le sue strutture si sono disfatte, e l’unica legge È stata la sopravvivenza, contro un’autorità che ha assunto i contorni di una potenza ostile. Penso a tutte le macerie che costellano questa terra benedetta da Dio, quelle che malgoverno, incuria, abbandono hanno moltiplicato, quelle che la violenza di due guerre interminabili ha prodotto.
Penso alla paura che si estende ovunque e impone pensieri e atteggiamenti, e dissecca il cuore rendendolo incapace, forse, di affetto e di memoria.
P. PIERGIORGIO LANARO - Luvungi, Rd Congo.







