DISCRIMINAZIONI CONTRO LE MINORANZE PER UN’INDIA “PIÙ PURA”
“Il 2019 ha visto una pressione dello Stato che usa tutte le sue energie per tenere alta la tensione settaria che polarizza il paese. Questo attrito non dipende soltanto dai tumulti intercomunitari, ma ha trovato altre modalità per permeare la società indiana”. A ricordare una situazione difficile, che però mostra anche segnali incoraggianti, è Irfan Engineer, coordinatore del Center for Study of Society and Secularism (“Centro per lo studio della società e del secolarismo”, Csss) con sede a Mumbai. “L’anno si è concluso con rinnovate energie e speranze dovute ai cittadini di ogni appartenenza religiosa, uniti nel protestare e determinati a salvare la Costituzione, minacciata da leggi discriminatorie volute da questo governo e da esso portate avanti con brutalità. Questa unità – sottolinea Engineer – potrebbe essere l’antidoto necessario a contrastare le rivolte settarie”.
UN ANNO DI PROFONDE FRATTURE
Quello appena trascorso non è stato un anno tranquillo per l’India, la cui società è attraversata da accesi fermenti e da profonde fratture. A livello politico, l’azione del governo nazionalista guidato da Narendra Modi ha suscitato entusiasmi e avversioni altrettanto decise. Ecco le più recenti azioni politiche del governo: la pretesa di avere risolto antichi e profondi contrasti abrogando l’articolo 370 della Costituzione che garantiva l’autonomia allo Stato di Jammu e Kashmir (conteso dal 1948 con il Pakistan) e dividendolo contemporaneamente in due diverse entità amministrative (Kashmir e Ladakh) sotto il controllo diretto di New Delhi; l’avvio della costruzione del tempio dedicato al dio Rama dove fino al 1992 sorgeva la Babri Masjid, una moschea distrutta dagli estremisti indù; l’abolizione del “triplo talaq”, ovvero del ripudio unilaterale della moglie secondo la sharia; infine l’accordo che il 27 gennaio ha concesso ampia autonomia amministrativa ai territori di etnia Bodo nell’Assam, mentre la comunità islamica dello Stato viene via via emarginata. Tutte queste azioni sono viste dal governo centrale come un percorso verso un’India più coesa e più “indiana”, ma i 200 milioni di musulmani dell’India, che si oppongono fortemente alla nuova legge sulla cittadinanza, in vigore dallo scorso dicembre, ne vedono invece le decisioni arbitrarie e soprattutto discriminatorie.
LA NUOVA LEGGE SULLA CITTADINANZA
La nuova legge, che modifica quella in vigore dal 1955, più volte emendata, ha come obiettivo ufficiale la concessione della cittadinanza ai profughi non-musulmani provenienti da Afghanistan, Bangladesh e Pakistan, tutti paesi a maggioranza islamica. Si tratta di migliaia di immigrati, spesso profughi, di religione cristiana, indù, buddhista e parsi (zoroastriani) che avrebbero così il diritto di regolarizzare la propria condizione in India. L’intento più volte dichiarato dal governo, davanti alle perplessità e all’opposizione dichiarata al provvedimento, è quello di tutelare le minoranze oppresse nei paesi di provenienza, prevedendo la loro naturalizzazione in soli sei anni contro i dodici di residenza normalmente richiesti. A chi, durante l’iter parlamentare di approvazione della legge, ha fatto notare che i rifugiati di fede islamica in fuga da paesi non musulmani non si vedranno garantiti uguali diritti, il governo ha risposto provocatoriamente per voce del ministro dell’interno, Amit Shah – che presiede anche il partito di governo, il nazionalista Bharatiya Janata Party – che “dovrebbero affidarsi alla solidarietà islamica”.
Più volte, davanti a un’opposizione che si è presto estesa a quasi tutto il paese e costata in due mesi 25 morti, esponenti dell’esecutivo hanno negato qualsiasi intento discriminatorio verso i circa 200 milioni di musulmani, che costituiscono il 14 per cento della popolazione complessiva dell’India.
LA SITUAZIONE NELL’ASSAM
Comunque presentata, la nuova legge è un provvedimento che, per una parte consistente della comunità musulmana e ancor più per gli islamici provenienti dai paesi limitrofi, realizzerebbe una volontà discriminatoria, anche nei confronti di molti soggetti che, pur musulmani, in caso di espulsione correrebbero gravi rischi.
Non a caso, le proteste hanno associato l’opposizione alla nuova legge sulla cittadinanza alla revisione del Registro nazionale della cittadinanza, un aggiornamento amministrativo ritenuto necessario anche dalla Corte Suprema proprio per la sua delicatezza nel contesto indiano. Completata soltanto nell’Assam, Stato nord-orientale anch’esso governato dal Bjp, la revisione, durata cinque anni, ha sicuramente alimentato il timore della popolazione indù per la presenza di numerose comunità musulmane, in buona parte immigrate.
Confinante con il Bangladesh solo per un breve tratto, l’Assam ha una vasta popolazione immigrata di religione islamica, un terzo dei 31 milioni di abitanti in maggioranza indù. Da tempo questo Stato è interessato – oltre che da movimenti di guerriglia, sia di ispirazione marxista, sia espressione di rivendicazioni separatiste – da forti contrasti tra le comunità religiose ed etniche che risentono della situazione socio-economica, dei giochi politici e delle strategie estremiste. Diventando un “laboratorio” della politica selettiva verso gli immigrati ma anche catalizzando l’opposizione verso provvedimenti di apparenza e sovente di sostanza discriminatoria.
LAICITÀ SOTTO TIRO
L’atteggiamento del governo attuale, che su altri piani ha saputo avviare il paese verso uno sviluppo incerto ma rapido e infine positivo, con l’obiettivo di svolgere un ruolo quanto meno di comprimario in Asia, resta centrale per spiegare la sofferenza delle minoranze religiose. Uno scenario che nel 2019 non ha avuto sostanziali miglioramenti e che prosegue nel 2020.
A esemplificarlo i dati raccolti dal Csss. Lo scorso anno sono state 25 le sommosse su base religiosa o etnica contro le minoranze e 108 i casi di linciaggio che hanno fatto vittime tra i non indù. Il Csss si è basato sulle informazioni di cinque tra i più diffusi quotidiani del paese: The Indian Express, The Hindu, Times of India, Inquilab e Sahafat (i primi tre di tradizione secolare e di lingua inglese, gli altri in lingua urdu con lettori soprattutto musulmani). Al leggero miglioramento dei casi più drammatici, ha fatto da contrappeso un maggior numero di situazioni potenzialmente esplosive nei rapporti inter-comunitari. Il linciaggio da parte di folle è, sostiene il Csss, “uno strumento per raggiungere l’obiettivo di una polarizzazione identitaria sostenuta utilizzando simboli come le mucche, il love jihad (ovvero una presunta strategia matrimoniale dei musulmani mirata, da un lato, a convertire il maggior numero possibile di donne e, dall’altro, di arrivare a soverchiare numericamente i non musulmani con un’eccessiva prolificità). Di conseguenza, il declino nel numero di episodi persecutori dal 2018 non indica una diminuzione della violenza. Anzi, se possibile, attraverso una legislazione discriminatoria e il crescente degrado delle istituzioni democratiche, la violenza intercomunitaria va radicandosi maggiormente nella nostra società”. Posizioni simili a quelle espresse dalla Chiesa indiana – prima dalla Conferenza episcopale cattolica e, a gennaio, dal Sinodo della Chiesa Siro-malabarica – che hanno chiamato la leadership politica a mettere fine a discriminazioni e a regole selettive puntando concretamente all’unità e al benessere di tutta la nazione.
UNA PROVOCAZIONE MIRATA ALLA PULIZIA ETNICA
Dopo fasi alterne, lo scorso agosto l’Assam ha posto così quasi due milioni di individui in condizione d’illegalità, con il rischio di espulsione o la reclusione in campi, in quanto non in grado di dimostrare la loro presenza in India prima dell’ondata immigratoria coincisa con l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan nel 1971. Altri Stati e Territori dell’India sono sulla stessa linea, con prevedibili resistenze sul piano legale e umanitario.
A un’analisi superficiale, sembra almeno poco congruo l’atteggiamento del governo di New Delhi, che davanti a dati Onu che indicano in poco più di cinque milioni gli immigrati nel paese, finge di ignorare l’entità dell’emigrazione indiana: 17,5 milioni per lavoro, sempre secondo l’Onu, e 31 milioni quelli residenti all’estero o di origine indiana. Per questo, quando uno dei leader più accesi del Bjp, Tejasvi Surya, il 5 febbraio ha affermato in parlamento che “a meno che la maggioranza non resti vigilante, i giorni di un nuovo Mughal Raj (impero Mughal, musulmano) non sono lontani”, è sembrato che le sue parole fossero non solo infondate, ma provocatorie. Obiettivo dei gruppi estremisti indù che si appoggiano al governo, infatti, è spingere i musulmani alla riconversione, per quanto possibile, o all’emigrazione. Il premier Modi, nonostante la sconfitta subita nelle elezioni amministrative di inizio febbraio, che ha visto l’opposizione conquistare il Territorio di Delhi, sembra pronto a giocare nel paese la “carta” delle minoranze, ma anche quella nazionalista. Intraprendere però un braccio di ferro con il Pakistan per il controllo della parte del Kashmir in mano pachistana se il suo potere dovesse dare segni di logoramento aprirebbe a scenari di scontro tra le comunità mai visti dalla “partition” del 15 agosto 1947.







