Paolo e i Gentili
È facile fare delle letture romantiche sulla visione universalistica che Paolo ha nutrito in se stesso e diffuso nella Chiesa degli inizi.
CRISTO: SALVEZZA PER TUTTI GLI UOMINI
In questo contesto di latente violenza Paolo scopre che in Cristo, rigettato dai suoi, crocifisso fuori della sua città, sospeso tra cielo e terra, una salvezza nuova e divina viene offerta. E questa salvezza è per tutti gli uomini perché proposta al cuore di ognuno, nella scoperta di essere amato da Cristo e nella scelta di affidarsi totalmente alla sua fedeltà.
Da qui Paolo trae una serie diconseguenze, dicui la prima èilsuperamento di una certa visione umana di Israele come mediatore imprescindibile della salvezza divina (il superamento di una visione assoluta della propria appartenenza culturale); la seconda è l’impegno missionario verso tutti i popoli; la terza è la visione della comunità cristiana come luogo della comunionetra tutti icredenti, nel superamento di ogni appartenenza previa e nella creazione di una nuova tradizione, frutto dell’apporto di tutti, sotto la guida dello Spirito; tradizione unitaria non solo nello spazio, ma anche nel tempo.
L’impegno missionario verso tutti i popoli è il tratto più evidente della missione di Paolo, testimoniata dal libro degli Atti e dalle Lettere.
Occorre dire che tale azione deve essere ritenuta più estesa di quanto il Nuovo Testamento riporta. I tre anni in Arabia tra i Nabatei e la predicazione nell’Illirico, di cui parlano rispettivamente Galati e Romani, sono probabilmente solo la punta di un iceberg, del quale non ci è nota la parte sommersa. Paolo deve aver avuto un’irresistibile passione di comunicare il Vangelo ovunque passasse, a chiunque incontrasse, indifferente alle differenze culturali, favorito in questo dalla patina di uniformità stesa in tutto il bacino del Mediterraneo dalla cultura imperiale ellenistico-romana e dall’uso della koinè. [Occorre anche ricordare che la spinta missionaria della Chiesa nascente non conosceva limiti geograficiesi irradiava già fino all’Etiopia e all’India. Paolo è solo il caso da noi meglio conosciuto].
Questo suo impegno missionario deve essere stato anche la causa della persecuzione giudaica che lo ha accompagnato praticamente sempre nel suo ministero (cf. 1 Tess 2,15-16), costituendo per lui la minaccia più pericolosa e reale, date le attinenze giudaiche con il potere romano.
UNA CHIESA MULTIETNICA E MULTICULTURALE
Per quanto riguarda il progetto ecclesiale universalistico perseguito da Paolo, sulla base delle sue lettere possiamo immaginarne i tratti salienti. Possiamo ritenere che egli sperava di veder nascere, come frutto della predicazione evangelica, comunità multietniche e multiculturali, nelle quali i differenti punti di partenza sarebbero confluiti nell’unica voce di lode a Dio (cf. Rm 15,6).
Tale rendimento di grazie, all’interno di ogni singola comunità sarebbe stato frutto dell’esercizio di quella carità scambievole che cerca non l’utile proprio ma quello dell’altro, facendosi una cosa sola con i più deboli nella fede, perché tutti giungano alla salvezza (1 Cor 10,33).
Invece tra le comunità, sparse in Giudea, in Asia e in Grecia, tale ringraziamento (cf. 2 Cor 9,12-15) sarebbe frutto di una comunione di beni, sia materiali che spirituali, segno dell’unità creata da Cristo tra tutti i suoi fedeli e della sua signoria universale. Si tratta di un progetto nuovo, sorprendente, dicui ancora oggistentiamo a coglierela portata. Dare forma a tale progetto implica trovare e proporre alcuni parametri essenziali, che tutti debbano seguire, e che siano possibili e accettabili a tutti.
Attorno a questi parametri si può immaginare che si siano creati dei contrasti all’interno della prima Chiesa: da una parte causa di conflitti e contro-missioni volte a propagandare diverse posizioni dottrinali; dall’altra occasione preziosa per approfondirela verità del Vangelo.
La risposta dei giudeo-cristiani al problema della convivenza con i credenti provenienti da altri popoli e culture era duplice: o ci si atteneva alle prescrizioni ritualistiche della tradizione giudaica, o si separavano le comunità, cosa che deve essere successa ad Antiochia (cf. Gal 2,11-14), determinando la partenza definitiva di Paolo da quella città. I greci avrebbero potuto osservare i punti contenuti nel decreto del Concilio di Gerusalemme (cf. At 15,5-29), i giudei avrebbero continuato a vivere secondo le loro tradizioni.
FEDE, SPERANZA, CARITÀ: CARDINI DELLA CONVIVENZA ECCLESIALE
Paolo ha un’altra visionee proposta,che parte da molto più lontano. Per lui i cardini della convivenza ecclesiale sarebbero le tre virtù: fede, speranza e carità, virtù che appaiono insieme fin dal primo capitolo della prima opera del Nuovo Testamento (1 Tess 1,3).
L’elaborazione della triade delle virtù teologali sembra debba essere attribuita al genio ispirato di Paolo (prima di lui non è attestata); con esse egli descrive da una parte il percorso che porta il credente e la comunità alla salvezza (si veda per questo tutta la Lettera ai Romani, che in 1,16-4,25 sviluppa il tema della fede; in 5,1-8,39 quello della speranza, e in 12,1-15,13 quello della carità); dall’altra offre il parametro relazionale fondamentale che regge la vita della comunità nelle sue dimensioni storiche e culturali.
In questo senso Rm 14 è di grande importanza: Paolo esorta i cristiani a non giudicare chi ha usanze diverse, a non disprezzare chi è debole, a non porre ostacoli o inciampi al fratello, a impegnarsi nelle opere della pace e della edificazione vicendevole: la gara non è a chi sa usare meglio per un proprio supposto vantaggio (altri progetti privati) i doni di Cristo, ma a chisa offrire di più di se stesso in vista della costruzione della Chiesa (il progetto di Cristo). Tutto questo perché il regno di Dio “non è questione dicibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio e stimato dagli uomini” (Rm 14,17-18).
È possibile che questa proposta paolina sia sembrata troppo aleatoria, incapace di dare vita a una comunità chiaramentericonoscibile e distinguibile da altre. Paolo stesso, messo a confronto con il problema delle carni offerte agli idoli (1 Cor 8,1-11,1), offre solo dei parametri per un discernimento da effettuarsi caso per caso; d’altra parte la legge della nuova alleanza èla grazia dello Spirito Santo, che viene data attimo per attimo. Ma pur con la sua apparente debolezza la visione di Paolo è quella che apre alla storia. N
ello stesso tempo occorre anche ricordare, e tutta 1 Cor lo mostra continuamente, quanto sia grande l’importanza che Paolo attribuisce alle tradizioni già esistenti nella Chiesa, e con quanta forza chieda ai corinzi di accoglierle. Il frutto comunitario che continuamente matura sotto il sole dello Spirito Santo, la tradizione che si forma nelle comunità e nella Chiesa, crescendo su se stessa con l’apporto della donazione di credenti di tutti gli spazi e di tutti i tempi è per lui la visibilità del Risorto.
TACITO
Lo storico romano Tacito si fa interprete dei sentimenti più negativi dei romani riguardo ai giudei del suo tempo: “I loro riti, comunque introdotti, sono osservati a motivo della loro antichità; tutte le altre loro usanze, perverse e disgustose, devono la loro forza alla loro malvagità. (…) Tra loro sono inflessibilmente onesti e pronti a mostrare compassione, mentre trattano il resto dell’umanità con un odio da nemici. (…) Quelli che passano alla loro religione adottano questa pratica [la circoncisione] e imparano per prima cosa a disprezzaretutti gli dei, a rigettarela loro patria, a non tenerein nessuna considerazione genitori, figli e fratelli” (Historiae 5,4.5).
In un’epoca in cui l’appartenenza culturale esauriva l’identità dell’individuo, sentimenti simili erano nutriti da molti nei confronti di altre nazioni.
Nei circoli filosofici si coltivavano certo anche le idee cosmopolite dello stoicismo, ma è facile pensare che tra la gente comune non ci fosse per niente quell’accettazione dell’altro e del diverso anche oggi tanto decantata in teoria quanto faticosa nella prassi.
Le città stesse erano divise in quartieri – come si continua a vedere fino al presente, si pensi alle Chinatown – abitati da gruppi umani appartenenti alla stessa cultura ed etnia. In questo modo i residenti potevano aiutarsi reciprocamente, mantenere le loro tradizioni ei contatti con la terra d’origine, difendersi in caso d’aggressione.







