In tutto il numero di maggio si respira aria di dialogo
Carissimo Direttore, sono abbonato alla tua e nostra rivista da parecchio tempo. La leggo volentieri perché tratta problemi attuali relativi alla vita ecclesiale nel mondo in tutte le sue sfaccettature che si evolvono nel tempo. Tutto il numero 5/2009 (maggio) è ricchissimo ed interessante. In modo particolare, la mia attenzione si è fermata sull’articolo di Antonio Sottocornola. Mi piace qui ricordare di aver passato con lui e con il carissimo e indimenticabile P. Pio Devoti, a Miyazaki, alcuni anni (immediatamente post-conciliari) fra i più belli della mia permanenza in Giappone. Ci univa il comune intento di capire i giapponesi anzitutto nella loro vita quotidiana, dove emerge il kimochi di cui Antonio parla magistralmente nel suo articolo. Penso che Antonio, con i suoi contatti diretti,sporcandosi le mani p.e.con il mondo giovanile del lavoro manuale, sia riuscito a conoscere meglio il kimochi dei giapponesi.
Constatare con i propri occhi (miru) i fatti e le persone, darne una contestuale valutazione (handan) per poi passare all’azione (jikko) erano i principi della J.O.C. applicati all’attività relativa al mondo del lavoro giovanile… Pertanto, vorrei direchein tutto il numero si respira aria di dialogo. L’osservazione di Yusuf Daud – “Non è per caso che la regola d’oro «non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te» è comune a tutte le grandi religioni” (p. 41) – è assai pertinente. Qualcuno sarà tentato di dire che sull’amore al prossimo ci sono delle sfumature migliori in questa o quella religione, ma è il messaggio che conta, quello cioè di “diventare una cosa con gli altri”, di “vivere l’altro”.
Infine, mi ha fatto piacere il ricordo dei padri A. Carlesso, V.C. Vanzin, M. Frassinetti, L. Bernardi ed altri saveriani impegnatisi nel campo della comunicazione visiva cinematografica. Interessante anche l’articolo di P. Franco (fratello di Antonio) sempre puntuale e preciso e, direi, dogmatico. Francamente devo dire che non mi trova d’accordo quando afferma sul Vaticano II “che, chiedendo ai ministri tutti della Chiesa cambiamenti non piccoli nel modo di auto-comprendersi, ha contribuito a questa crisi di identità dei presbiteri”.
Penso (provocando) che sotto sotto P. Franco (suo malgrado) sia ancora ancorato al concetto di sacerdozio essenzialmente collegato al celibato… Questo è l’insegnamento delmagistero, al quale P. Franco è molto ossequiente.
È noto che moltissimi sacerdoti “non hanno perseverato nel mandato”, a mio avviso, per il fatto che hanno incontrato l’amore umano per formare una famiglia.
L’incontro con l’amore umano è, per legge della Chiesa latina romana, un ostacolo insormontabile all’esercizio del mandato sacerdotale. A mio avviso qui non si tratta di “crisi di identità”. È da notare che, se la discussione sul celibato non avesse avuto al Concilio il “veto” da Paolo VI, presumibilmente le defezioni sarebbero state minori.
L’esercizio del sacerdozio non ha nulla a che fare con il celibato: sono due cose ben distinte teologicamente e biblicamente. Il celibato sacerdotale non viene da Cristo. Si può anche pensare che molti sacerdoti sposati desiderino esercitareil mandato, qualora la “legge” venisse modificata. Perché non ordinare uomini sposati? Lo pensano, oltre al card. Martini, moltissimi vescovi. Sarebbe un primo passo in avanti. So di sfondare porte aperte rivolgendomi a P. Franco ferratissimo su questi argomenti. Se ho interpretato male (è probabile) il suo pensiero vorrei che P. Franco chiarisse meglio ai lettori di MO la causa della “crisi di identità dei presbiteri” che viene attribuita al Concilio.
Scusami la lungaggine. Quanto sopra detto mi piacerebbe venisse pubblicato (in tutto o in parte) su MO. Forsescriverò direttamente a P. Franco. Un abbraccio a te e a tutti i saveriani, specie quelli del Giappone, sempre indimenticabile.
- TARCISO ALESSANDRINI (ex saveriano)
Ancora sulla linea di “Missione Oggi”
Egregio direttore, siamo tre lettori di MO, rivista che abbiamo avuto la fortuna di scoprire qualche anno fa contemporaneamente al piacere di incontrare quello che per noi è diventato un caro amico: P. Nicola Colasuonno. Senza dilungarci vogliamo affiancare queste considerazioni alla lettera diMimmo Cortese pubblicata sul numero di giugno-luglio 2009.
Anche noi abbiamo letto con amarezza e grande sorpresa le precedenti lettere esplicitamente polemiche nei confronti della passata linea editoriale. Da persone “non addette ai lavori”, semplici lettori “comuni”, non sospettavamo la possibile esistenza di posizioni così dolorosamente nette e a nostro avviso veramente incomprensibili. Qui vogliamo solo sottolineare che proprio i vostri approfondimenti a 360° su argomenti quali disarmo, ecologia, legame con altre religioni, sono apparsi ai nostri occhi come il modo migliore,ci permettiamo di dire, di fare missione. La salutiamo con la fiduciosa speranza di potercontinuare ad avere “voglia” di leggere MO. Cordialmente.
- MICHEL, TERESA, STEFANIA
Parole chiare sul dialogo
Carissimo Mario, devo farti i complimenti per il numero di agosto-settembre di MO. Finalmente parole chiare anche per i non addetti ai lavori sul dialogo interreligioso. Argomento di cui si sente parlare molto, ma con idee, a mio modesto avviso un po’ confuse e astratte. Vorrei che lo leggessero in tanti e sarà mia cura farlo circolare.
- DINA COLLA, Parma.







