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Goma, capoluogo del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), è stata per settimane in balia dei ribelli del Movimento 23 Marzo (M23), con l’appoggio delle forze armate di due paesi limitrofi, Ruanda e Uganda. È l’epilogo di una serie di infiltrazioni, complicità e tradimenti interni ma anche e, soprattutto, di una politica internazionale schiava degli interessi economici di un sistema capitalistico occidentale in profonda crisi, che cerca di sopravvivere sulle rovine di un popolo la cui terra è ricca di minerali indispensabili per il mercato globale attuale.

Dal 1996 il Kivu subisce una pesante ingerenza ruandese e ugandese, che periodicamente si trasforma in operazioni di aggressione e invasione, che conta già milioni di morti, sfollati e rifugiati, oltre a saccheggi, stupri e violenze di ogni genere. Di fronte alle sofferenze del popolo congolese, la comunità internazionale è rimasta passiva, più preoccupata di finanziare la costruzione di uffici e alberghi a Kigali, in Ruanda, per gli addetti all’esportazione dei minerali del Kivu, etichettati a Kigali come produzione ruandese.

L’Occidente ha affidato a Kigali lo sporco lavoro di procurargli i minerali del Kivu ad un prezzo stracciato, evadendo il fisco congolese.

Pur essendo a conoscenza dei crimini commessi dal regime ruandese nell’est della RDC, l’Occidente finge di non sapere. È quanto è successo al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Sostenendo di non essere in grado di provare chiaramente l’implicazione del Ruanda nel Kivu, gli Stati Uniti hanno rifiutato di includere i nomi di ufficiali ruandesi nella lista delle persone sanzionabili.

Eppure, il rapporto finale del gruppo degli esperti dell’Onu, approvato dal Consiglio di Sicurezza e pubblicato ufficialmente il 21 novembre, ha confermato le accuse relative al ruolo del Ruanda nel conflitto: diretto appoggio militare ai ribelli dell’M23, agevolazione nel reclutamento di nuove leve e di diserzioni dalle Forze armate della RDC, fornitura di armi e munizioni, di informazioni e di consulenza politica. La comunità internazionale non può permettersi di mettere questo rapporto nel cassetto e continuare ad agire politicamente come se esso non esistesse. Essa sa che il tanto vantato miracolo economico di Kigali è frutto del contrabbando dei minerali del Kivu, pagati al caro prezzo di tante vittime congolesi innocenti.

Con l’apparizione, nel giugno scorso, della prima parte del rapporto, alcuni paesi hanno preso timide misure nei confronti del Ruanda. Ora, però, non ci si può più limitare ad azioni simboliche, isolate, non concertate: la drammatica situazione in cui versa il Nord Kivu esige una fermezza maggiore nei confronti dei paesi – in particolare il Ruanda – che contribuiscono all’instabilità della RDC.

L’Eurac (Rete europea di associazioni per l’Africa centrale) chiede all’Ue, all’Onu e all’Unione Africana di:

  • a) condannare con forza l’appoggio del Ruanda e dell’Uganda all’M23;
  • b) esigere da questi due paesi di cessare ogni forma di sostegno alla ribellione e di condannarla;
  • c) bloccare gli aiuti europei al governo del Ruanda;
  • d) incitare gli Stati membri a cessare la cooperazione militare;
  • e) chiedere al Comitato per le sanzioni delle Nazioni Unite di istituire sanzioni mirate nei confronti degli alti ufficiali ruandesi, ugandesi e congolesi, implicati nella destabilizzazione della RDC e responsabili – direttamente o indirettamente – dei crimini commessi contro le popolazioni civili.

La via delle sanzioni è a costo zero e, probabilmente, più efficace di tante – costose – operazioni militari. Basta un minimo di buona volontà politica.



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