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LA TRAMA

Una chiesa, dove un vecchio parroco vive e lavora da cinquant’anni, viene dismessa e svuotata di tutti i suoi arredi sacri da un gruppo di operai; il sacerdote, dopo aver inutilmente tentato di gridare la sua opposizione, solo prega il suo dolore. Nella notte, mentre un temporale si scatena e rumori di elicotteri e di sirene della polizia rompono il silenzio, un gruppo di clandestini africani diretti in Francia entra nell’edificio e si sistema tra i banchi utilizzando cartoni e teloni.

Villaggio.di.cartone FilmUna ronda di controllori/rangers cerca di penetrare nella chiesa per arrestare i clandestini, ma il sacerdote si oppone loro con decisione. All’alba i clandestini partono mentre il vecchio sacerdote, ammalato e a letto, riflette sulla sua vita.

IL FILM

Al centro della vicenda un prete in crisi, per la sua chiesa chiusa e svuotata, e che si ritrova a ospitare un gruppo di clandestini che difende e aiuta, scoprendo una nuova vita per la sua chiesa e forse anche per se stesso. Dice Olmi: “È chiaro che questo film è un apologo, non è un film realistico: ogni presenza è un simbolo”.

Proviamo allora a cogliere le suggestioni offerte dai tre protagonisti di questo lavoro: la chiesa, il parroco e i clandestini.

1. La Chiesa è simbolicamente raccontata in un suo edificio: dal portone non entra più nessuno; per un attimo la chiesa vuota e buia s’illumina della luce che arriva dall’ingresso aperto da un bimbo di colore che però non entra e si allontana: quasi un’apparizione, ma una Presenza che non si realizza; da una vetrata, con un simbolo trinitario, entra la pioggia che è raccolta dai migranti nella vasca del fonte battesimale. A meglio esplicitare il rapporto tra quella chiesa e la Chiesa le immagini da una televisione: una barca arenata, relitto sbattuto dalle onde, con la vela in forma di croce. La chiesa riprende vita accogliendo e proteggendo dei poveri; con la loro partenza si svuota di nuovo, ma quel passaggio ha dato un senso e il portale si riapre alla sfida dei fari abbaglianti di un potere repressivo.

2. I clandestini: tra di loro un neonato, un vecchio saggio, un giovane desideroso di capire, una terrorista decisa all’attentato, uno che approfitta della fame degli altri, un altro che vende i passaggi oltre frontiera, il giuda che favorisce il ritorno della ronda armata. Un’umanità povera e sofferente, divisa da denaro, fedi e ideologie, che Olmi presenta con precisi riferimenti evangelici.

3. Il prete: schiacciato dagli avvenimenti, ammalato del suo dubbio e del silenzio di Dio, che tenta nel dialogo con l’agnostico medico ebreo di capire e capirsi, ma che è ancora capace di scelta: “Quando la Carità è un rischio, allora è il momento della Carità”.

Un film a tratti predicatorio, troppo esplicito e con i tre piani non pienamente coerenti e integrati tra loro ma che ha momenti di rara forza e che lascia almeno due domande: la Chiesa /chiesa luogo ancora dell’incontro con Dio o solo più dell’incontro tra gli uomini? “Ho fatto il prete per fare del bene ma per fare del bene non serve la Fede. Il bene è più della Fede”, dice il parroco, ma il bene è più della Fede?

E infine, prima che il portale della chiesa, diventata luogo di accoglienza, sia aperto e sfidi la violenza del potere, l’ultimo richiamo preciso di Olmi “O noi cambiamo il corso impresso alla Storia o sarà la storia a cambiare noi”.


IL REGISTA

Il regista Ermanno Olmi nasce nel luglio 1931 a Bergamo, ma cresce a Milano. A quindici anni è assunto dalla Edisonvolta per la quale realizza i primi documentari sul rapporto tra l’uomo, le sue opere e la natura. I suoi film, che iniziano nel 1959 con Il tempo si è fermato, mettono al centro gli umili, il quotidiano, la natura, lo scontro tra vita e morte, tra potere e valori. Ricordiamo i titoli che più ci restano dentro:

  • E venne un uomo(1965),
  • L’albero degli zoccoli (1978),
  • Camminacammina(1982),
  • La leggenda del santo bevitore(1988),
  • Il segreto del bosco vecchio(1993),
  • Il mestiere delle armi (2001),
  • Centochiodi (2007).

Nel 2008 riceve a Venezia il Leone d’Oro alla carriera. Una volta precisò di non essere un cineasta “cristiano”, ma “aspirante cristiano”.



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