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La parola italiana “missione” deriva dal sostantivo latino missio, che a sua volta viene dal verbo mittere, che significa “inviare”, “mandare”. Ci può essere utile sapere che in greco “inviare” si dice apostèllo, e “colui che è inviato” viene detto apòstolos. Nel tempo la parola “apostolo” è diventata quasi esclusiva per indicare i dodici discepoli di Gesù, quelli da lui scelti e inviati; al massimo vi aggiungiamo Paolo, e così arriviamo a tredici. Ma proprio l’evangelista Luca – ed è l’unico a farlo – ci ricorda di quando Gesù ha pensato bene che dodici apostoli fossero troppo pochi, così ne ha inviato in missione altri settantadue. Non pochi! E non è l’unica stranezza accaduta quel giorno.

Verso la fine del capitolo 9 del Vangelo, Luca ci dice che Gesù decide di andare a Gerusalemme, dove verrà catturato, torturato e ucciso. Ne è consapevole, lo ripete più volte; ma parte lo stesso, e inizia quello che per Luca è “il” viaggio. Ben dieci capitoli del suo Vangelo sono dedicati a raccontarci quei giorni (quasi metà dell’intero racconto!); capitoli nei quali vengono raccolti molti insegnamenti di Gesù (alcuni li vedremo nei prossimi mesi), ma anche segnalate alcune sue scelte radicali. Come quella di allargare il gruppo dei missionari e di mandarli praticamente allo sbaraglio.

GESÙ INVIA “ALTRI SETTANTADUE”

Il nostro brano inizia con un appunto leggero, quasi di passaggio:

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi (Lc 10,1).

Luca dice che Gesù designa “altri settantadue”. L’aggettivo “altri” ci ricorda che ci sono già stati ben due invii nei capitoli precedenti; all’inizio del capitolo 9 Gesù aveva mandato i dodici apostoli ad annunciare il regno di Dio e poi, verso la fine dello stesso capitolo, aveva inviato alcuni messaggeri a preparare il suo arrivo in un villaggio di samaritani (che, tra parentesi, si erano rifiutati di accogliere Gesù, perché era diretto verso Gerusalemme).

Lasciamo stare i messaggeri mandati dai samaritani. Luca, come pure Marco e Matteo, ci aveva raccontato l’invio in missione dei dodici apostoli; ora aggiunge al mosaico un tassello solo suo, un fatto che gli altri evangelisti non ricordano: Gesù non ha inviato solo i dodici apostoli, ma anche un gruppo più ampio di discepoli.

Se leggiamo Lc 6,12-19 è chiaro che attorno a Gesù ci sono tre gruppi di persone: le folle (sempre numerose), i discepoli (che sono una parte delle folle) e gli apostoli (che sono alcuni dei discepoli, precisamente dodici). Ora l’evangelista ci dice che in missione non ci sono andati solo gli apostoli, ma anche altri settantadue tra i discepoli. Settantadue non è un numero a caso.

Sappiamo tutti che nella Bibbia il numero sette (e a maggior ragione il settanta) dice perfezione, pienezza; il settantadue ancora di più, perché ci ricorda l’episodio del libro dei Numeri in cui settanta anziani si erano riuniti per ricevere l’investitura ufficiale di “aiutanti” di Mosè, ma lo Spirito di Dio era sceso anche su due che non si erano presentati alla riunione, Eldàd e Medàd, consacrando pure loro (cfr. Nm 11,24-30). Se il numero settanta dice pienezza, il settantadue può suggerire che la scelta di Dio è fatta oltre (se non a dispetto di) le logiche umane.

CON TRE INDICAZIONI PRATICHE

Ma veniamo ad alcune indicazioni pratiche: che cosa chiede Gesù ai suoi settantadue missionari?

Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada” (Lc 10,2-4).

Tre sono le indicazioni contenute nelle parole di Gesù.

  • Per prima cosa: siate consapevoli che il campo di lavoro è vastissimo e le forze poche; dunque: pregate! Prima di tutto, Gesù invita a pregare.
  • Seconda cosa: siate consapevoli che l’avventura è al limite dell’impossibile. Già un lupo in mezzo ad un gregge di pecore non lascia sperare bene (per le pecore, ovviamente); l’immagine usata da Gesù è ancora più forte: vi mando come agnelli in mezzo ad un branco di lupi! Se anche solo immaginavano, i discepoli, di essere stati scelti per una missione facile e gloriosa, ora ogni dubbio è tolto.
  • Infine, Gesù mostra proprio di avere fretta. Se trovate qualcuno per strada – dice infatti – non fermatevi a salutarlo; se pensiamo a come nell’antico oriente i saluti fossero spesso lunghi e cerimoniosi, e ancora più se leggiamo un racconto del secondo libro dei Re in cui Elia chiede ad Eliseo la stessa cosa (cioè di non fermarsi a salutare nessuno: cfr. 2Re 4,29), capiamo che non si tratta di maleducazione ma di urgenza. Non c’è tempo da perdere!

In questa luce anche l’invito a non portare nulla con sé può essere letto come un accorgimento per velocizzare la missione (senza nulla togliere alla dimensione di povertà/essenzialità che Gesù vuole dai suoi); non c’è tempo neanche per prendere il minimo indispensabile per un viaggio: né la borsa per i soldi, né una sacca per i viveri, nemmeno i sandali per camminare. Bisogna partire subito!

SENZA FALSE ILLUSIONI

A queste prime indicazioni generali, seguono alcune più precise circa i destinatari della missione e il metodo di annuncio:

In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. 12 Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città (Lc 10,5-12).

Il punto di arrivo della missione sono le città, le piazze; ma non avendo nulla con sé bisogna pur trovare una base operativa, una casa in cui abitare. Gesù non permette ai suoi di coltivare false illusioni: sono come pecore in mezzo a lupi, dunque sarà estremamente dura.

Però notiamo che anche nel caso in cui la gente li rifiuti, devono ugualmente compiere il loro incarico: annunciare che il regno di Dio è vicino. Se accolti, lo possono fare anche con le azioni, cioè attraverso le guarigioni; se rifiutati, prima di andarsene devono comunque ricordarlo almeno a parole.

CONTANDO SUI PICCOLI

Non so se Gesù si rendeva conto di quello che stava facendo. Non si organizza una missione così: con gente non preparata (ci stanno un po’ tutti, in quei settantadue; non sono le “truppe scelte” dei dodici apostoli), senza mezzi, di fretta, allo sbaraglio (o al massacro? L’immagine degli agnelli e dei lupi non è rasserenante…).

Eppure ha funzionato. Se andiamo avanti nella lettura del capitolo decimo, l’evangelista ci racconta di quando i discepoli sono tornati raggianti per tutto il bene che hanno visto e fatto. E poi aggiunge una delle preghiere più belle di Gesù:

«In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”» (Lc 10,21).

Gesù è pieno di gioia nel vedere che il progetto del Padre si sta realizzando, grazie alle persone semplici che ha mandato in missione; non i re, non i profeti, non i sapienti e gli intelligenti, ma i piccoli realizzano il regno di Dio. Senza nulla togliere agli apostoli “ufficiali” e a tutto il loro dispiego di mezzi ed energie, questo brano di Luca mette in luce un’altra dimensione della missione, da non trascurare. Perché è così che il Padre ha immaginato il mondo, nella sua benevolenza.



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