Ishshà / Ish, Mai senza l’altro
Il problema dell’identità sembra tormentare molti oggi. Forse perché viviamo in un contesto frammentato, dove le identità personali sono sfocate e incerte, dove ogni persona assume diverse identità “funzionali”, variabili secondo gli ambienti: sono una certa persona in famiglia, un’altra sul lavoro, una terza in discoteca e così via; è inevitabile giungere a interrogarsi: ma io, chi sono davvero? qual è la mia identità autentica?
La questione assume inevitabilmente anche una dimensione sociale: abbiamo lasciato alle spalle una stagione culturale che rifiutava ogni giudizio di valore e considerava ogni identità culturale secondaria, opzionale, barattabile con qualsiasi altra identità.
Si può capire la reazione di chi grida ad alta voce la sua unicità e vuole richiamarsi a radici precise e robuste.
E tuttavia qualcosa non quadra: sembra che l’affermazione della propria identità debba andare fatalmente insieme al disprezzo o almeno all’indifferenza verso l’identità altrui; come se l’incontro con altri, con altre culture, fosse pericoloso e rischiasse di distruggere il proprio equilibrio.
È davvero così? Secondo il libro della Genesi, quando Dio creò l’uomo plasmandolo con la polvere del suolo, disse: “Non è bene che l’uomo sia solo; voglio fargli un aiuto che gli stia di fronte”. Poi, per liberare l’uomo dalla solitudine, Dio creò, dalla costola dell’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Non ha fatto una copia dell’uomo, Dio; ha creato un essere che stia di fronte all’uomo, ma diverso. La diversità sessuale sta come segno nella carne di una diversità irriducibile ma che si esprime nella complementarità, non nel rifiuto dell’alterità. Di fronte alla donna, l’uomo esclama: “Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. Questa sarà chiamata ishshà (donna) perché da ish (uomo) è stata presa”. Solo a questo punto Adamo si rende conto della sua identità di ish, quando è posto di fronte alla ishshà.
Quello che vale per la differenza sessuale, vale anche per le tante altre differenze che esistono tra le persone: non distruggono l’identità propria, ma al contrario la rivelano e la rendono significativa. È la relazione con la madre che rende il bambino consapevole di essere se stesso, diverso da lei ma in rapporto con lei; è il rapporto sincero con l’amico che produce sicurezza e stima di sé. Possiamo dire che lo stesso vale per le culture? Che il valore e la bellezza di una cultura particolare è manifestato al meglio quando questa cultura viene in contatto e dialoga con culture diverse?
Dall’incontro e dal confronto possono nascere tensioni, ma possono anche nascere esperienze di collaborazione che arricchiscono, correggono, migliorano.
È una via sbagliata quella di chi, per difendere la sua identità culturale, non si confronta con nessuno: al termine di questa strada non sta una migliore conoscenza di sé, ma piuttosto la tristezza e la sterilità dell’isolamento: Narciso è distrutto dal desiderio di abbracciare se stesso. Ma c’è di più. Il narcisismo, che non riesce a vedere la bellezza dell’altro, può avere anche una dimensione sociale, quando l’identità del proprio gruppo viene esaltata così tanto da negare la parallela identità dei gruppi diversi.
Allora la diffidenza che istintivamente proviamo nei confronti delle persone che non conosciamo cresce a dismisura, si trasmette agli altri, diventa paranoia sociale.
L’effetto è che gli altri appaiono appartenenti a una stirpe (razza?) non paragonabile con la nostra: sono meno umani di noi o, forse, non sono umani affatto. Torna allora prezioso un testo famoso del Talmud che chiede: “Perché Dio ha voluto che l’umanità intera derivasse da un unico uomo?” e risponde: “Perché nessuno possa dire a un altro: mio padre valeva più del tuo.” E aggiunge un secondo motivo:
“Perché tu sappia che chi uccide un uomo è come se avesse ucciso il mondo intero; e chi salva un uomo è come se avesse salvato il mondo intero.”






