LA LOTTA CONTRO GLI IDOLI
Al Convegno di Missione Oggi, "Abbattere gli idoli" era stato affrontato quest'argomento da un punto di vista sociopolitico e teologico. Ora, il prof. Ruggenini dell'Università di Venezia lo analizza dal punto di vista filosofico. Presentiamo una nostra riduzione dell'intervento tenuto, lo scorso settembre, presso la Comunità di Bose.
L'assunto di partenza è che la riflessione sull'idolatria, la lotta contro gli idoli, è costitutiva sia dell'impegno di riflessione del filosofo che dell'impegno di riflessione del teologo, sia di quella verità che il filosofo cerca che di quella fede a cui il teologo tenta di fornire una necessaria comprensione. Io parlo non da credente, ma a partire da una profonda stima per il lavoro del teologo in quanto lavoro di intelligenza necessario per il credere.
Tutti siamo stati abituati al mito della fede semplice: io non so se esista una fede semplice e una fede raffinata; la fede, se è fede, è fede e basta. Credo però che fede senza intelligenza non si possa dare: e non intendo intelligenza teorica, ma comprensione di quello che_si dice di credere. Così come non si può dare una filosofia che sia solo enunciazione di asserti, ripresa di tesi tramandate, ma approfondimento, discussione critica, quindi mai ripetizione.
Quello che a noi tutti interessa - come filosofi, come teologi - è capire, non semplicemente come atto intellettuale, bensì come impegno esistenziale.
Vorrei allora muovermi sempre su un doppio registro: la considerazione del problema dal lato del filosofo e dal lato del teologo, ma nell'esplicita intenzione di cercare di rompere questa separatezza. Presentandomi come filosofo, rivolgerò delle domande che potranno apparire come dure prese di posizione critiche nei confronti della teologia e di quella che io considero l'attuale intelligenza della fede; e nello stesso tempo farò presenti le mie riserve verso il modo attuale nel quale la filosofia concepisce, difende e va fiera della propria autonomia dal religioso.
Vorrei interpretare la lotta contro l'idolatria innanzitutto nel suo significato religioso radicale, e cioè come lotta contro i falsi dèi per il vero Dio; soggiungendo subito che il vero Dio non è mai dato, resta sempre da cercare, se è un Dio vero. D'altro lato, vorrei interpretarla nel suo "significato etico" radicale, nell'ambito cioè della tradizione filosofica occidentale, come lotta per la verità contro le apparenze. Dico "significato etico" perché non si tratta semplicemente di una lotta per la conoscenza ma di una lotta per l'esistenza, cioè per la possibilità dell'uomo di esistere e non semplicemente di essere.
PLATONE: LA "BRAMA DELL'ESSERE"
Dunque "significato-etico" nella prospettiva della filosofia, nel senso che la lotta contro l'idolatria interessa e decide della possibilità di "esistere". Ma allora se è un "significato etico" così profondo, lo direi anche un "significato religioso": cioè, pretendo di non lasciare la qualifica di religioso solo al discorso di fede. La lotta contro le apparenze è peraltro quella che annuncia Platone nel Fedone, in cui si parla della "caccia dell'essere" e della ricerca della verità. La parola greca théra significa anche brama, desiderio: a me piace tradurre questa espressione di Platone con "il desiderio dell'essere ".
Ebbene in questo passo del Fedone in cui Platone parla della brama della verità, l'autore sostiene che sono gli idoli che vengono dal corpo che ne impediscono la ricerca. Va poi detto che la verità dell'essere che alimenta il desiderio del filosofo non è semplicemente una verità neutra, come noi siamo ormai orientati a pensare: è il divino, è ciò che Platone chiama to theion. Ecco perché dico che la lotta contro gli idoli anche per il filosofo deve essere una "lotta religiosa", che investe cioè il profondo dell'esistenza.
Occorre dunque riabilitare la filosofia come esperienza religiosa a pieno titolo: la filosofia nasce come tale - pensate ai presocratici, a Parmenide e a Eraclito, in cui non è possibile dire "qui è ragione è qui invece è qualcos'altro che chiamiamo religione". Per il pensiero greco, la filosofia è esperienza religiosa, tanto è vero che Platone è un critico della religiosità tradizionale, ma non in nome di una pura ragione: la critica filosofica della religione è per una religione migliore, per un più autentico rapporto con il divino.
NIETZSCHE: IL CREPUSCOLI DEGLI IDOLI
Vengo a Nietzsche come secondo punto di questa mia riflessione, per ricordare un titolo che risale al suo soggiorno a Torino: Crepuscolo degli idoli, uno degli ultimi scritti prima della follia (1888). Scrive così: "Vi sono nel mondo più idoli che realtà". Il Crepuscolo degli idoli è sottotitolato "Come si fa filosofia col martello". L'ultimo Nietzsche è dunque il filosofo col martello che percuotendo i piedi d'argilla dell'idolo lo "fa crollare.
Ma qual è l'idolo per Nietzsche? L'annuncio di Zarathustra - opera precedente ma solidale nelle linee di fondo con questa più tarda - è: "Morti sono tutti gli dèi, ora vogliamo che il superuomo viva". Dunque, questo crepuscolo degli idoli porta Nietzsche al mito del superuomo attraverso l'esperienza sconvolgente della morte di Dio. Nietzsche era un giovane professore di filologia classica, grande conoscitore del mondo greco, ma la sua passione per il mondo greco aveva una ragione di fondo e cioè la lotta contro il cristianesimo. Nietzsche rappresenta il dramma della crisi del cristianesimo, quanto meno quello occidentale. Morti sono tutti gli dèi: per Nietzsche tutti gli dèi muoiono nella morte del Dio cristiano, il Dio che è morto.
Ma nella morte del Dio cristiano è morta un'esperienza del divino che secondo Nietzsche risale non ai primi padri della chiesa, ma a Platone stesso. Socrate e Platone non sono altro che l'incubazione del cristianesimo cioè l'incubazione di un rapporto con il divino che è ostile alla vita. Ecco allora (sempre nel Crepuscolo degli idoli) un'altra espressione: "Il concetto di Dio è stato fino a oggi la più grande obiezione contro l'esistenza. Noi neghiamo Dio, noi neghiamo in Dio la responsabilità. Soltanto in questo modo noi redimiamo il mondo".
Dunque, Zarathustra si professa ateo. Che Zarathustra sia uno schermo di Nietzsche stesso, è facile capirlo aprendo le pagine dei suoi libri, pagine così sofferenti ed entusiasmanti per il tremendo coraggio di questo pensatore. E il coraggio che lo schianta.
Ebbene, Zarathustra si professa ateo; ma, nel IV libro di Così parlò Zarathustra, Nietzsche rappresenta varie figure che configurano la necessità del superamento dell'umano verso il superumano e una di queste è l'ultimo papa (nel senso che è quello che chiude i battenti di San Pietro). Egli sa che Dio è morto e, incontrando Zarathustra, si esprime in questi termini: "O Zarathustra, sei più devoto di quanto non creda la tua miscredenza, un qualche dio dentro di te ti convertì all'ateismo. Non è la tua stessa devozione che non ti fa più credere in Dio? Non sei dunque ateo per devozione piuttosto che per semplice brutale miscredenza?". E il brano termina in modo enigmatico: "E la tua onestà estrema finirà per portarti anche al di là del bene e del male". Non scandalizziamoci di questa espressione: come possiamo vivere al di là del bene e del male? Domandiamoci di quale ricchezza possa essere pieno questo enigma. Che significa per Nietzsche "al di là del bene e del male"? Non certo "tutto è lecito, tutto è permesso": questa è una lettura che di Nietzsche sì è data, ma è certamente la più banale, ed è quella che ci permette tranquillamente di dire che egli non crede in niente ed è quindi del tutto immorale. Probabilmente, in queste parole, è racchiusa una delle sfide più decisive per " tutti noi.
Il Dio cristiano è per Nietzsche l'idolo supremo: ecco che la riflessione sull'idolatria, impostata a partire dalla filosofia, investe direttamente la fede e la teologia, nel senso che possiamo domandarci se la fede cristiana nella sua realizzazione storica si sia pervertita in idolatria. Non vi è forse una complementarità tra questi due destini, da un lato l'umanismo esasperato del superuomo (l'uomo che basta a se stesso e non ha più bisogno di alcun dio), dall'altro la perversione idolatrica di una fede che Nietzsche stesso respinge come la fede del "dio tappabuchi"? Ora, l'espressione è stata "lessicalizzata", e credo non vi sia più alcun credente che non rifiuti il "dio tappabuchi": tutti avvertiamo che di Dio dobbiamo pensare il più profondamente possibile, che il credente non può coltivare questa piacevole riserva di consolazioni. Ma come farlo?
IL DELIRIO IDOLATRICO DELLA RAGIONE E DELLA FEDE
Vorrei a questo punto poter parlare di un delirio idolatrico della ragione, rivolta solo verso se stessa, la ragione che si professa atea per essere puramente ragione, chiusa ad ogni rapporto col divino: questa a me pare la tragedia della filosofia attuale. So benissimo che ci sono molti filosofi che riescono a mettere insieme il loro essere filosofi con il loro essere credenti; mi sembra, tuttavia, che l'orientamento profondo anche della filosofia che riesce a coniugarsi con l'esperienza della fede sia ateistico.
Altra domanda: possiamo parlare di un delirio idolatrico della fede, chiusa a sua volta in un'illusoria autosufficienza, in base all'assunto che solo la fede comprende la fede (l'assunto dell'auto-assicurazione: capisco tutto perché credo e non ho bisogno di correre il rischio di stare a parlare con altri, anche se questi "altri" hanno la violenza provocatoria di un Nietzsche o di qualsiasi filosofo che domandi che cosa vuol dire credere)? Le due indicazioni che ho dato - delirio idolatrico della ragione e delirio idolatrico della fede - si convertono in questi interrogativi: quale Dio è divenuto incredibile per la ragione mentre la fede si illude di continuare a venerarlo? E quale Dio la fede può annunciare alla filosofia? Non perché la filosofia si converta e creda in senso formale (partecipazione ai sacramenti, riconoscimento del magistero del papa, ...) ma perché si apra a quell'appello a cui si è chiusa, a quell'appello che io chiamo "l'appello dell'altro ", dalla cui dipendenza la filosofia si illude ormai di essersi emancipata, professando una sorta di autosufficienza fondamentale della ragione.
Appello dell'altro: ma "l'altro" chi?
Colui che noi incontriamo al principio e alla fine delle nostre possibilità: noi sappiamo di venire da "altro", sappiamo che il mistero della vita è più profondo del potere generatore che la vita ci ha accordato (io so di non essere il padrone della vita dei miei figli). Non ci vogliono dimostrazioni: ciascuno di noi incontra i limiti delle proprie possibilità, la morte. È l'esperienza di ogni giorno: l'infedeltà, il tradimento di cui siamo protagonisti o di cui siamo vittime, l'incapacità di sostenere i nostri migliori propositi, la sorpresa che le nostre migliori intenzioni si pervertono in effetti assolutamente indesiderati. Ebbene, questa esperienza del limite, questa esperienza di "altro " si rivela proprio attraverso la nostra impotenza.
L'ESPERIENZA DELLA FINITEZZA
La chiamerei "esperienza della finitezza", fondamentale per ogni esperienza filosofica o teologica: tutti noi vorremmo essere garantiti del nostro potere, ma forse troviamo la verità del nostro essere nella misura in cui accettiamo di non poter essere garantiti. Dunque, non la finitezza come maledizione. A me pare che la filosofia e la teologia, solidalmente, hanno peccato di impazienza nei confronti della finitezza, hanno cercato garanzie trascendenti, in modi diversi ma convergenti, che assicurassero del buon esito, del riscatto del senso della vita. Ma il senso della nostra vita non è nelle nostre mani.
Ecco allora che cosa intendo per "esperienza dell'altro ", come apertura della filosofia verso quella dimensione per la quale alla filosofia oggi mancano i nomi. Posso nominarlo Dio, il divino; questi sono nomi antichi, passati, sono nomi rispetto a cui oggi occorre che la filosofia faccia un passo indietro, per lasciarseli riproporre da altre esperienze che si ritengono titolate a parlare ancora di Dio. Ecco allora la situazione di difficile ma necessario scambio tra filosofia e teologia.
Io da filosofo posso parlare delia/mitezza dell'uomo come "esperienza dell'altro". E non mi basta parlare solo della finitezza, cioè di una finitezza autoreferenziale: essere finiti vuol dire "essere aperti a". L'apertura della finitezza non è soltanto lo scacco, ovviamente, ma è esperienza del dono dell'esistenza (non solo quello che trasmettiamo, ma prima di tutto quello che abbiamo ricevuto). E esperienza del dono della parola, non solo di quella che trasmettiamo ma prima ancora quella che abbiamo ricevuto, quella capacità di stare al discorso degli altri, che ci fa esistere come uomini e che ci rende capaci di donarci agli altri.
Vorrei arrivare allora ad una specie di tesi filosofica che conclude questa prima parte: l'idolatria è la perdita della differenza o dell 'alterità del divino. In termini religiosi, la perdita del mistero del divino.
Con questo intendo dire che oggi o non si parla più di Dio, perché si ritiene che l'esistenza dell'uomo nel mondo sia sottratta definitivamente al mistero (e questo sta alla base del pensiero dell'homo technologicus: non si tratta di mistero, ma di ignoranza, prima o poi emendabile).
O si parla di Dio e anche del suo mistero, ma in realtà è l'atteggiamento troppo sicuro di una teologia che possiede attraverso la rivelazione di Cristo le chiavi del mistero; dunque, tutto resta oscuro - dice il credente - e tuttavia noi infine "sappiamo" che tutto è o sarà chiaro. Perciò una teologia trionfalistica, una teologia della sicurezza: Dio concepito come una presenza senza ombre, attuale o finale che sia. Questa idea così potente, dal punto di vista della filosofia, per cui Dio è Colui nel quale tutto è risolto: questo enorme enigma, che è l'esistenza per ciascuno di noi, trova lì la sua soluzione.
Questo Dio senza ombra è un Dio che mi fa terrore, è un Dio disumano, è un Dio al di là dei limiti della finitezza dell'uomo; preferisco pensare al Dio del limite, al Dio che rispetta la mia finitezza di uomo.
Che significa altrimenti per la fede cristiana "incarnazione", se non l'assunzione da parte di Dio stesso del limite che costituisce l'uomo come uomo?
FILOSOFIA E TEOLOGIA: UN INCONTRO TRAUMATICO
Sono partito dall'asserzione che la filosofia va riabilitata come esperienza religiosa a pieno titolò, e voglio insistere su questo punto per inseguire una domanda che ho posto e che ora voglio svolgere: come mai la filosofìa si è convertita a questo ateismo? È una perversione della filosofia? Non ha forse la teologia storica (cioè quello che è storicamente accaduto dell'interpretazione teologica del messaggio cristiano) delle responsabilità molto dirette? Non intendo fare una campagna contro la teologia: io ritengo che se si crede c'è in ballo la teologia (quella che chiamavo prima necessaria "intelligenza di fede"), che sia del professore o che sia del cosiddetto "semplice credente".
Il primo punto su cui vorrei riflettere è appunto questo riferimento storico, cioè l'incontro tra la filosofia, la Grecia, e la teologia, il cristianesimo, che di solito viene rappresentato in modo idilliaco (la verità dei greci si è completata attraverso la verità dei padri e dei teologi cristiani). Secondo me si tratta proprio dell'opposto, di un incontro traumatico, violento, che rivela la straordinaria forza storica con cui il cristianesimo si è appropriato della Grecia, stravolgendo il senso dei pensieri di Platone, di Aristotele, ecc. ma innovando potentemente. La vera novità che fonda l'Europa, l'Occidente, è il cristianesimo; non è la Grecia, con buona pace di Nietzsche, di Heidegger e di altri ripetitori italiani. Qui si tratta di storia della civiltà, non di fede. Il cristianesimo storicamente è stato questo: la grande opera dei monaci, di civiltà, di trasmissione di testi avrà a che fare con la fede di san Benedetto, ma non è il messaggio cristiano che io attendo, la fede non è questo. Se io parlo di questo incontro traumatico, parlo di ciò che è avvenuto storicamente nei termini di congiunzione-conflitto di grandi idee che hanno fatto il mondo.
Allora, quello che è accaduto in questo incontro traumatico è stato l'espulsione della filosofia dal dominio della fede, cioè dal dominio del soprannaturale, e dell'unica verità che conta.
La filosofia è subito stata costretta ad assumere un rango secondario. Voi tutti avrete sentito parlare della "filosofia ancella della teologia": era il modo irenistico con cui i teologi della scolastica cercavano di mettere assieme questi due contendenti, il filosofo che procede razionalmente e il teologo che procede razionalmente ma illuminato dalla fede. Nasce così la filosofia della semplice ragione. Per i greci non esiste la semplice ragione: la filosofia greca è esperienza religiosa. Viceversa, l'esperienza della fede si è confezionata come esperienza superiore alla ragione da distinguersi pertanto dalla ragione, alla quale viene attribuito un compito ancillare, dunque utile ma non indispensabile, comunque subordinato. Questa messa in sospetto della ragione, questa riduzione al ruolo ancillare è una delle conseguenze dell'incontro traumatico su cui la teologia è assolutamente renitente a riflettere.
Non è che io dica di ridare alla ragione un potere di controllo sulla teologia; la mia prospettiva è invece quella di rispettare le differenze, e cioè la filosofia non può essere privata dell'esperienza del religioso, che è quel religioso che alla filosofia si rivela. Viceversa, la teologia deve bene difendere l'originalità della propria esperienza del divino, riferendosi ad una rivelazione positiva, ma è l'esperienza della fede.
Quest'ultima ritiene di contenere in sé il significato profondo dell'esperienza che il filosofo fa del divino, ragione di confrontarsi, ma per assumere un ruolo privilegiato. Credo che qui stia il punto delicato su cui la filosofìa si chiude e non permette di essere trattata come valletta, come serva, e la teologia in buona o in cattiva fede assume un ruolo che spiega in modo rilevante questa reazione iper-difensiva della filosofìa che non ne vuole più sapere della fede e della teologia.
IL DIO ONNIPOTENTE E IL DIO DEL LIMITE
Questo modo di pensare - il soprannaturalismo della fede, la fede come qualcosa di più che è accordato al credente - la teologia lo ha mutuato dalla filosofia greca. Il caso per me più inquietante è il modo che la teologia ha assunto per concepire Dio, come la cosa suprema, sulla scorta dei greci e a partire dalle ispirazioni che riteneva di trarre dai testi sacri: il Dio della teologia cristiana tradizionale è quell'ente che racchiude in sé ogni perfezione. Questo a noi oggi sembra ovvio ma c'è nei testi della rivelazione biblica? Io direi sì e no, ma non solamente sì.
A me pare che la teologia sia diventata una teologia della presenza senza ombra, perfezione totale. Questo è Dio: potere assoluto, onnipotenza. Ciò non è in qualche modo in contraddizione con il tema del Dio sofferente, che fa parte sia della rivelazione veterotestamentaria sia soprattutto della rivelazione neotestamentaria?
Come stanno assieme questi due aspetti di Dio? Sì, si può parlare del mistero; ma non c'è in questa interpretazione del mistero che si è svolta come teologia da duemila anni a questa parte qualcosa che stride, tra una esaltazione di questo Dio in cui tutto è risolto e l'esperienza della sua rivelazione in Cristo, che finisce nel grido dell'ora nona ("Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?"), il grido dell'abbandono? Certo, dopo c'è la resurrezione, ma questa esperienza di abbandono totale, questa assunzione da parte di Dio della sofferenza dell'uomo fino in fondo, è compatibile con il Dio strapotente (un Dio greco direi)?
Io non so se la cosa vada decisa rinunciando a quel Dio della strapotenza, cercando di cominciare a pensare al Dio della rivelazione in Cristo, anche se qualsiasi teologo mi dirà che è quello che la teologia ha cercato di fare da sempre.
Credo però che queste due polarità conflittuali vadano ripensate nel loro rapporto. E non sono io il primo a farlo: un filosofo di religione ebraica, Hans Jonas, riflettendo sullo scandalo di Auschwitz, pone la questione in questi termini: o Dio è onnipotente, e allora —non mi spiegcAnschwitz, o Dio non è onnipotente e allora comprendo Auschwitz, ma mi devo aprire a una diversa esperienza del divino.
Questo Dio che noi ci raffiguriamo come il porto in cui tutto s'acquieta (Agostino) è il Dio dell'uomo, o non è il Dio di un sogno, di un'illusione metafìsica? Quel Dio che il teologo mi dice rivelato in Cristo non ha tratti necessariamente incompatibili con questo trionfalismo?
È la mia domanda alla fede, alla teologia, è il mio desiderio di avere dal teologo delle risposte che non mi ributtino al rifiuto nicciano, che facciamo tesoro della sofferenza di Nietzsche e di qualsiasi pensiero consapevole del dramma dell'esistenza umana.
MARIO RUGGENINI.
Contro l'assolutezza dell'Io
La finitezza dell'uomo non è una maledizione: siamo uomini perché siamo finiti. La mia finitezza mi apre all'Altro, lo sono io nella relazione con l'Altro. L'Altro, tra cui Dio, è l'altro-altro, prima di essere un tu concreto,
lo non sono i! centro assoluto. L'assolutezza dell'io mi chiude all'Altro: è già affermazione di ateismo. Per ciascuno, essere è" essere con l'Altro- L'alterità dell'Altro è nella sua Irriducibilità arpe; allora ne sento il bisogno, è possibile l'incontro ed è arricchente. Non basta la tolleranza, occorre il confronto; non basta il dialogo (è qualcosa che parte dalla nostra buona volontà), occorre il colloquio.
Attenti all'arroganza della nostra cultura europea: attingo la verità solo vivendo la relazione.
M.R.
La teologia ha capito il Dio in croce?
La teologia non ha ancora fatto i conti con certe idee di Dio (Nietzsche afferma che "Dio è morto": il Dio della metafisica, non il Dio "cristologico").
Come filosofo, sono contro tutte le definizioni troppo precise su Dio, dettagliate, che pretendono di dire tutto su Dio. Come non credente, non dico quello che il teologo deve fare, ma pongo la domanda, di interpretarmi quello in cui crede. "Sono tra voi come uno che serve": la teologia ha pensato Dio e il suo rapporto con Dio in questa veste?
Con l'Incarnazione Dio assume la limitatezza come propria: è scandalo, ma è tipico della fede.
Il punto più oscuro del pensiero di Nietzsche è di non capire il Dio in croce, il Dio debole, e i deboli della storia.







