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Stando agli archivi storici dell’Italia missionaria, si direbbe proprio di sì. Infatti, dopo la crescita strabiliante, fino agli oltre 20mila missionari/e del 1991, a partire da allora si è registrato un calo ininterrotto. Nel 1934 l’Italia contava 4.013 missionari; 7.713 nel 1943; 10.523 nel 1954, fino a toccare i 16mila negli anni ‘80. Oggi siamo ai livelli del 1943, con 7mila missionari – 4mila tra preti e religiose, 3mila laici –, impegnati in tutti i continenti nei vari campi dell’evangelizzazione, dell’educazione, della formazione professionale, dell’assistenza sanitaria ecc. È il quadro emerso alla prima Conferenza dei missionari italiani nel mondo, organizzata alla Farnesina dal Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale nell’ottobre 2021. Nel calo generale, la componente che si sta più vistosamente assottigliando è quella degli Istituti specificamente missionari (ad gentes), dei religiosi e delle religiose; resiste, invece, anzi aumenta quella del laicato missionario. 

Segno di un mutamento radicale di paradigma missionario, anzi della fine di un’epoca, quella della “cristianità” clericale, eurocentrica, coloniale, che aveva visto protagonisti soprattutto gli Istituti religiosi e missionari, sorti in gran numero dopo il Concilio di Trento (1545-1563), quando l’evangelizzazione era considerata un’attività periferica della Chiesa, affidata a specialisti – i missionari ad gentes, perlopiù chierici –, che si muovevano dall’Occidente “cristiano” verso le periferie “non cristiane” del pianeta, riproducendovi una Chiesa e un cristianesimo teologicamente e strutturalmente già definiti e costituiti. Oggi, in un’Italia – ed Europa –, anch’essa diventata “terra di missione”, dove non è più ovvia la simbiosi tra cristianesimo e cultura dominante, anche la Chiesa e i cristiani stanno soffrendo una metamorfosi inedita, a tal punto che un grande teologo domenicano, appassionato di ecumenismo, Jean Marie Tillard (1927-2000), giunse a chiedersi nella sua Lettera ai cristiani del Duemila (1999), se “siamo gli ultimi cristiani”. 

Viene da questa lettera l’ispirazione del titolo-domanda del nostro editoriale: “Saremo forse gli ultimi missionari?”. Ci pare interessante e profetico anche il tentativo di risposta di Tillard: “Siamo certamente gli ultimi di tutto uno stile di cristianesimo. Non siamo gli ultimi cristiani”. Infatti, evidenzia quanto del cristianesimo sia ancora non  esistente, inaudito, dopo duemila anni di storia, come del resto avverte un giovane confratello di Tillard, anche lui teologo, Dominique Collin, in due recenti pubblicazioni (Il cristianesimo non esiste ancora; Il Vangelo inaudito). Di modo che potremmo essere sulla soglia di un nuovo stile di cristianesimo, come suggerisce in modo analogo il teologo gesuita Christoph Theobald, che, a proposito dell’Europa, ma non solo, parla di un “cristianesimo come stile”, ospitale, accogliente della fede anche dove non te l’aspetti. Uno stile che esige una nuova ecclesiogenesi, una rinascita missionaria della Chiesa, un cambiamento fondamentale di prospettiva pastorale, sia in Europa sia nel resto del mondo, dove le comunità cristiane vivono ormai in “diaspora”, come minoranze in dialogo con altre fedi, spesso perseguitate. Da qui anche l’urgenza di un nuovo stile di missione e di missionario/a, solo comparabile alla fondazione delle comunità cristiane scaturite dal paganesimo, come ci attestano gli Atti degli apostoli. Il che significa una Chiesa in stato permanente di missione, in uscita, accogliente, umile. Siamo certamente gli ultimi missionari di uno stile imperiale, ma forse non gli ultimi di uno stile ospitale!



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