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CRISTIANESIMO E RIVOLUZIONE / DIALETTICA, INQUIETUDINE E CRITICA DELLA POLITICA

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Francesco Germinario, in questo suo testo, agile per la dimensione ma impegnativo per la lettura, si avventura sul terreno della filosofia della storia se non della teologia. 

Rifacendosi ad autori come Agostino e Gioacchino da Fiore, li ritiene responsabili di un’originale filosofia della storia, un lascito perenne per il cristianesimo, risultato poi particolarmente fecondo nella società moderna secolarizzata e alla prova della drammatica emergenza dei totalitarismi. Secondo tali autori, nessuna vicenda umana è estranea alla provvidenza divina e dunque la storia non può essere mai un esclusivo terreno dell’iniziativa e del dominio umano, perché ricade sotto il progetto della creazione divina, che è sempre in divenire, mai compiuto. Dunque la storia umana si inscrive nel disegno imperscrutabile di Dio a cui il buon cristiano cerca di offrire il proprio contributo in un progetto di salvezza che non avrà mai fine, perché la vicenda umana sarà sempre sotto il segno del peccato che dà senso alla storia, un ambito in cui agisce appunto la provvidenza divina per emancipare l’umanità e salvarla. 

In conclusione, volendo schematizzare, la rivoluzione proposta dal cristianesimo per la storia umana ha il carattere della permanenza e del continuo rinnovarsi.

Al contrario, i totalitarismi novecenteschi avrebbero preteso di riportare la storia sotto il dominio dell’essere umano, in buona sostanza secolarizzando la storia, ovvero espungendo qualsiasi visione escatologica trascendente, ritenendo che il progetto di nuova umanità di cui erano portatori si potesse compiere, ponendo fine alla storia: il nazismo immaginando che il male fosse riconducibile alla presenza nel mondo dell’ebraismo e che, dunque, estirpandolo dalla storia si realizzasse finalmente il bene ultimo e supremo dell’umanità, il nuovo ordine sotto la guida della razza ariana; il comunismo sovietico identificando il male terreno nel capitalismo, sconfitto il quale si sarebbe realizzata la società umana ideale sotto la guida della classe operaia. Banalizzando, era il “paradiso in terra” che i totalitarismi preconizzavano. Dunque, secondo Germinario, quelle tragiche esperienze riproporrebbero ancora oggi e con grande forza il perenne valore della visione cristiana della storia. Una visione che, secondo l’autore, potrebbe meglio convivere con l’attuale democrazia liberale occidentale: infatti, “proprio perché aveva rinunciato a impegnarsi nella lotta titanica per eliminare il Male del mondo, il liberalismo aveva operato in favore della sua scelta laica, nel senso che aveva riconosciuto che quel compito spettava alla religione” (p. 161). 

Dunque tutto bene, in conclusione: i totalitarismi novecenteschi sono stati cancellati e la società aperta democratica liberale, almeno in Occidente, sembrerebbe aver vinto favorendo il dispiegarsi della rivoluzione permanente cristiana. 

Personalmente non sarei così ottimista. È davvero convincente l’idea che l’attuale dominio neoliberista che incarna le moderne democrazie liberali sia così aperto come si autopromuove nell’immaginario e che non abbia la presunzione di eliminare il Male del mondo?  Forse non andrebbe inscritto anch’esso in quel concetto esteso e controverso di “totalitarismo” usato dall’autore? Eccone alcuni indizi: nel 1992 un libro, che ebbe un’eco planetaria, La fine della storia di Francis Fukuyama, riteneva realizzabile il migliore mondo umanamente possibile, liberale e capitalista dominante sull’intero pianeta; raccoglieva il messaggio di Margareth Thatcher, una campionessa di prim’ordine di quel modello sociale, del 1980: “There is no alternative” (non c’è alternativa); sul finire del millennio, infine, il movimento neocon nordamericano elaborava il Progetto per un nuovo secolo americano di dominio definitivo del mondo. E ora questo nuovo “totalitarismo” si sta predisponendo alla terza guerra mondiale, con lo spartiacque tra le società del bene e quelle del male, queste ultime, da schiacciare, rappresentate dalle cosiddette “autocrazie”, dai paesi del Sud globale e da tutte le popolazioni che non intendono sottomettersi al dominio dell’unico impero.
Una nuova prova per il cristianesimo, forse più impegnativa di quelle del Novecento. 



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