AMAZZONIA / CATASTROFE ANTROPOLOGICA ANNUNCIATA
Dopo il Sinodo di ottobre, sull’Amazzonia sembra calato di nuovo l’oblio. La pandemia, inaspettata e drammatica, ci ha chiuso in casa per mesi e ci ha imposto stili di vita (e di pensiero) che non conoscevamo appieno. Il mondo tropicale, i popoli indigeni, le questioni ambientali legate alla deforestazione e agli incendi non ha più occupato grandi spazi sui quotidiani europei. Ma le cose non sembrano migliorate.
In un articolo apparso su “Repubblica” agli inizi di maggio, firmato da Giacomo Talignani e che riporta dati dell’Inpe (Istituto nazionale di ricerche spaziali del Brasile) la pandemia non ha fermato la deforestazione, anzi è aumentata del 55 per cento rispetto allo scorso anno. Nel solo mese di aprile oltre 405 chilometri quadrati di foresta pluviale sono stati deforestati, rispetto ai 248 dell’aprile 2019.
DEFORESTAZIONE E PANDEMIA
La relazione tra deforestazione e pandemia sembra difficile da smentire. In uno studio pubblicato su Frontiers in medicine, si afferma chiaramente che la distruzione delle foreste, facilitando la convivenza tra uomini e animali selvatici, spingendo questi animali in aree antropizzate, porta con sé il pericolo del salto di specie di nuovi virus dall’animale all’uomo, il cosidetto “spill over” che sembra essere all’origine della pandemia da Covid-19. E l’America del sud sembra essere il continente dove ciò potrebbe avvenire più facilmente. Spiega un esperto italiano, G. Vacchiano dell’Università Statale di Milano, intervistato da Repubblica che il problema sia grave: con circa un milione di speci ancora da scoprire, la foresta tropicale è un enorme serbatoio di virus che potrebbero insidiare gli umani se questi continuano a mutarne gli equilibri ambientali. E come sappiamo, pandemia comporta povertà e crisi economica e, di conseguenza, il tentativo di risollevarsi sfruttando nuovamente l’ambiente. Ma non c’è nulla di naturale o di inevitabile in questa situazione: l’Amazzonia continua a bruciare per le politiche del governo brasiliano, ad esempio. Con la scusa del lockdown e delle precauzioni contro il Covid-19 (e con l’evidente complicità dei vertici) le misure di sorveglianza sull’Amazzonia sono state allentate e ciò ha comportato, inevitabilmente, l’intensificarsi di attività illegali e di distruzione ambientale. Come riposta la Human Right Watch del Brasile “le attività e le reti criminali, continuano ad operare nella più assoluta impunità trovando porte ancora più aperte, minacciando le popolazioni indigene e gli altri abitanti della foresta”. E così, grazie anche al fatto che la pandemia ha innescato una crisi economica, i fondi per la protezione si sono ridotti e l’Amazzonia sembra essere stata abbandonata al suo destino. Di degrado e sfruttamento.
IL CONTAGIO DEGLI INDIOS: UN ETNOCIDIO
Anche il coronavirus, che non preoccupa i taglialegna e i minatori impegnati in queste aree, ha fatto il suo ingresso in Amazzonia. Almeno cinquemila indigeni, dispersi tra gli stati amazzonici della Bolivia, della Colombia, del Venezuela, del Brasile, delle Guiane e poi del Perù, Ecuador e Suriname, sono stati colpiti dal Covid-19. E per quello che contano le statistiche in contesti così difficili da “misurare” si può immaginare che questa cifra sia solo una pallida ipotesi di una realtà ben più drammatica. Altre stime dicono che il numero di morti in un mese sarebbe aumentato del 550 per cento e, soprattutto, che il tasso di letalità del coronavirus, già alto nell’America del Sud (si parla del 5,7 per cento) si alzerebbe ulteriormente in Amazzonia arrivando al 9,7 per cento. Ma anche in questo caso c’è molto poco di naturale e molto di “voluto” quando non di “pianificato”. Il quindicenne Alvanei Xirixana, yanomani, morto ai primi di aprile di coronavirus, abitava nel villaggio di Rehebe, sulle rive del fiume Uraricoera, ma soprattutto, abitava vicino a diverse miniere illegali di oro. E sarebbe stato proprio l’incontro con qualche minatore della zona a contagiarlo. E se la ministra della salute, dando la notizia, si dichiarava “molto preoccupata” per la condizione dei popoli indigeni, l’Isa (Socio-Environmental Intitute) non ha espresso dubbi sul fatto che il virus sia stato diffuso dagli oltre ventimila minatori illegali che operano in territori indigeni. Dunque l’etnocidio che si sta consumando nella foresta amazzonica, è la diretta conseguenza di tutte le operazioni di sfruttamento che attentano alla integrità dell’ambiente. Per questo, commentando la notizia della morte, il capo Dario Yawarioma, vice presidente di Hay (Hutukara Associação Yanomami) si dichiarava molto preoccupato perché la pandemia entrata in Roraima e nella regione yanomani, li avrebbe esposti ad una grave situazione sanitaria. Si è mosso anche Sebastiano Salgado, il conosciutissimo fotografo con un appello accorato: “Chiediamo al presidente della Repubblica, il Sig. Jair Bolsonaro, e ai dirigenti del Congresso e della Magistratura di adottare misure immediate per proteggere le popolazioni indigene del Paese da questo devastante virus”.
POPOLI PARTE DELLA STORIA DELLA NOSTRA SPECIE
Ma ancora una volta, nulla è “naturale” in questa diffusione della pandemia. Se la deforestazione, gli incendi e i disboscamenti, come ci ricordano gli studi sullo “spill over” portano gli animali selvatici fuori dalla foresta, e con questi i virus che minacciano la popolazione delle città, il saccheggio delle terre e le attività estrattive illegali hanno portato in Amazzonia il coronavirus e dato l’inizio all’etnocidio denunciato dagli stessi yanomani. E, la diffusione del virus tra gli indigeni, non ha solo a che fare con la presunta “fragilità” di questi popoli, come sembrano suggerire certe letture che rimandano alla storia dell’incontro tra europei e nativi, i primi portatori di virus che si sono poi rivelati mortali per gli amerindi. C’entra (ed è il caso di ricordarlo) anche la fragilità delle strutture sanitarie, la difficoltà dei trasporti, l’assoluta carenza di dispositivi sanitari e di assistenza adeguata. Il lockdown, per quanto poco rispettato nelle aree urbane, ha obbligato gli indigeni a rifugiarsi nelle aree più remote della foresta ma, come nel caso del giovane indigeno prima vittima del Covid-19, non li ha difesi dal contatto con i bianchi e la loro malattia. Dice ancora Salgado, nella lettera inviata al presidente Bolsonaro: “Le comunità native, alcune delle quali vivono isolate nel Bacino dell’Amazzonia, potrebbero essere completamente eliminate. La loro situazione è doppiamente critica, perché i territori riconosciuti per loro uso esclusivo vengono invasi illegalmente da minatori, taglialegna e accaparratori di terre. Queste operazioni illecite sono accelerate nelle ultime settimane...Gli indios affrontano un rischio reale di genocidio”. E conclude: “Questi popoli fanno parte della straordinaria storia della nostra specie. La loro scomparsa sarebbe una grande tragedia per il Brasile e un’immensa perdita per l’umanità. Non c’è tempo da perdere”.
LA CHIESA DALLA PARTE DEGLI INDIOS
Forse, vista la posizione negazionista del presidente brasiliano, che, almeno fino a qualche settimana fa non perdeva occasione per minimizzare la pandemia, irridere alle paure degli occidentali, invitare i brasiliani a rassegnarsi, c’è davvero poco da sperare per il futuro dell’Amazzonia e dei suoi abitanti. Almeno, c’è poco da sperare dalla politica. Ma l’attenzione sull’Amazzonia e gli indigeni resta nel cuore della Chiesa cattolica. E, dichiarandosi preoccupato del diffondersi del Covid-19 tra gli indigeni, Roque Paloschi, presidente del Consiglio Indigenista Missionario e arcivescovo di Porto Velho, ricorda soprattutto, la mancanza di politiche pubbliche. La strada, dunque, è ben chiara e rimanda ancora alle indicazioni del Sinodo: fare dell’Amazzonia un laboratorio di buone pratiche per l’ambiente e i suoi abitanti.







