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IN MEMORIA DI ENGELBERT MVENG / A 25 ANNI DALLA MORTE

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A 25 anni dalla morte – assassinio – in Camerun, suo paese natale, il 22 aprile 1995, facciamo memoria di Engelbert Mveng, padre gesuita, che dedicò la vita alla liberazione del suo popolo e dell’Africa. Mi limito a presentare solo un punto tra i tanti della sua attività scientifica e ricca spiritualità. Mi riferisco al tema della “povertà antropologica”, che ha così ben descritto. Abbracciando la povertà evangelica, come religioso, Mveng percepì la possibilità di affrontare la sfida dell’impoverimento antropologico, di cui soffrono in particolare le popolazioni africane. Si servì della nozione di persona (ubuntu), propria di molte culture africane, per stigmatizzare tale impoverimento, frutto di una lunga storia di rifiuto e di non rispetto dell’altro, ma anche della rassegnazione di diversi popoli del mondo, umiliati dalla schiavitù e dalla colonizzazione. Mveng immaginava che un’evangelizzazione autentica potesse attenuare i misfatti della “povertà antropologica”. Non tutti, anche fra i suoi amici africani, colsero il suo messaggio di liberazione. Purtroppo sono numerosi – anche oggi – i politici e dirigenti africani complici degli “ingegneri” dell’impoverimento in Africa e nel mondo.

Il mio interesse per Mveng cominciò con la scoperta della teologia e filosofia africane. I nostri professori citavano soprattutto Placide Tempels e Vincent Mulago. Ma quando scoprii Mveng, percepii immediatamente di aver a che fare con un pioniere in questo senso. I suoi interventi, infatti, spingono alla libertà creatrice, senza paura di allontanarsi dai sentieri troppo battuti degli opinion makers dominanti,mainstream. Mveng ha forgiato una nuova pista di pensiero – filosofico e teologico – capace di ridare all’Africa dignità e capacità di autodeterminazione. 

IL MIO INCONTRO CON MVENG IN CAMERUN 

Nel 1994, il Camerun attraversava una forte crisi economica. Mveng affermava che non bisognava contare sul Fmi per far uscire il paese dal marasma economico. Chiese alla popolazione di trovare una via d’uscita locale. Con la pandemia Covid-19, immagino che Mveng avrebbe detto: “Si salvi chi può! Non aspettate i vaccini dell’Oms”. Mi fa piacere vedere come oggi sia il Congo RD, sia il Camerun, ma anche il Madagascar e altri paesi africani prendano iniziative autoctone contro la pandemia. Dopo il suo assassinio, nella notte tra il 22 e il 23 aprile 1995, ho partecipato alla veglia funebre nella chiesa di Mvolye, a Yaoundé. Oltre a preghiere gonfie di tristezza, ci fu una celebrazione eucaristica piena di fede e speranza, alla quale intervennero diversi intellettuali camerunesi, che si sentivano in debito con Mveng. 

Fecero la promessa di continuare le sue molteplici opere, ricordando che, fra le sue provocazioni, egli chiamava Mosè con l’appellativo di “africano”, visti gli anni trascorsi dai figli di Giacobbe in Egitto e l’educazione egiziana ricevuta dallo stesso Mosè, senza dimenticare quella ricevuta dal suocero Jetro, un sacerdote di Madian.

Mveng non cercava solo di affermare una verità storica. Voleva soprattutto dire all’Africa che non c’era alcuna fatalità che le impedisse di liberarsi, di intraprendere la via dell’esodo, come aveva fatto il popolo d’Israele. Mveng ci invitava sempre tutti a comportarci come Mosè. Se l’Africa non è ancora liberata – diceva –, bisogna perseverare nel cammino di liberazione già iniziato! Grazie a Mveng, ho scoperto che la teologia della liberazione in America latina è nata, cronologicamente, dopo le rivendicazioni di alcuni preti africani e il lungo cammino di liberazione cominciato da alcuni teologi sudafricani, della Blake Theology. L’Africa non è sempre a rimorchio di tutti.

LA POVERTÀ ANTROPOLOGICA

Mveng si preoccupava soprattutto della povertà che tocca l’essere umano (muntu/mtu) nella sua umanità (ubuntu). Oggi molti africani sono svuotati di dignità, bontà, sincerità, libertà, creatività, religiosità, solidarietà, compassione, saggezza e autodeterminazione. L’Africa manca di empowerment, di fiducia nelle proprie capacità di risolvere i suoi problemi vitali. Mveng riteneva che l’umanità autentica (ubuntu) consista nella conoscenza di Dio e nell’amore dell’altro (teologia ed ecologia integrale, diremmo oggi). Insisteva soprattutto sul fatto che l’amore umano non consiste nell’amare una parte di umanità, ma l’umanità intera.

I mandanti del suo assassinio non sopportavano il suo continuo richiamo a vivere da esseri umani autentici e a rispettare la vita dei semplici cittadini. Era riuscito a dimostrare che né la scienza, né la ricchezza, né la potenza militare potevano dare la vera grandezza. L’oppressore, per quanto in alto, resta sempre nel più basso gradino della scala umana. Anziché esaltare l’umanità nella sua pienezza, l’oppressore smarrisce se stesso agendo come se l’abbassamento di una parte dell’umanità costituisse la sua grandezza personale. L’oppressore è incapace di ragionare correttamente e amare universalmente. Mentre la saggezza africana recita: “Abbiamo compassione, dunque esistiamo insieme”. 

LA POVERTÀ EVANGELICA COME ANTIDOTO

Come religioso, Mveng riteneva che la povertà evangelica potesse salvare dalla “povertà antropologica”, in quanto fonte di liberazione dall’attaccamento ai beni che passano e dalla paura di prendere posizione in favore dei tanti popoli umiliati della terra. La povertà evangelica non disdegna l’aiuto degli altri per uscire dai vicoli ciechi della “povertà antropologica”, perché è una povertà umile, capace di liberarci dal superfluo. Inoltre, essa libera dall’ipocrisia, perché non usa mezzi sofisticati per alimentare “personalità” di facciata. Ma conduce alla semplicità, nella verità e autenticità, garantendo anche il buon governo della cosa pubblica. Un povero, secondo il regno di Dio, non finge d’essere superiore agli altri e non si fa chiamare “padrone” del mondo.

La povertà evangelica libera dalla volontà di dominio e sfruttamento dei deboli, vulnerabili, perché i poveri secondo il regno di Dio trovano la loro gioia nella solidarietà planetaria. La povertà evangelica libera dall’indifferenza. Il Vangelo di Luca (10,25-37) ci presenta a proposito l’icona del Buon Samaritano come l’essere umano autentico, che si commuove di fronte alla cattiveria e crudeltà. Qui la povertà evangelica diventa compassione, coraggio di scendere dal proprio piedistallo, dalle proprie altezze, più immaginarie che reali. La povertà evangelica libera dall’orgoglio e dalla tendenza a mentire. Non è il caso qui di fare una lista esaustiva degli ambiti in cui la povertà evangelica può liberare l’Africa. Vorrei piuttosto concludere dicendo che essa libera dalla menzogna e dall’incapacità di interpretare correttamente i segni dei tempi, quando si è accecati dall’orgoglio. L’episodio della guarigione di Naaman, un generale siriano lebbroso, ci presenta un quadro in cui è possibile vedere con evidenza come la “povertà di cuore” compensa diverse carenze di intelligenza emozionale. Il secondo libro dei Re attira la nostra attenzione sulla menzogna e l’imbroglio di un certo Giezi, servo del profeta Eliseo. Giezi non tollerava che Eliseo avesse guarito Naaman gratuitamente (cfr. 2Re 5,1-27). Il profeta, così come il consacrato – nel nostro caso, Engelbert Mveng –, sacrifica la sua vita affinché gli abitanti della terra imparino a trattarsi reciprocamente come figli e figlie di Dio.

SE I CAPI AFRICANI ASCOLTASSERO I LORO POPOLI

Per Mveng, vivere la povertà evangelica significava rinunciare alla violenza inflitta ai figli e alle figlie di Dio in Africa. Questa violenza passa attraverso persone segnate dalla viltà e dalla ricerca di interessi personali, dall’ipocrisia, dalla cupidigia, dalla pigrizia intellettuale, dall’indifferenza, dall’orgoglio, dalla menzogna e da altre mancanze contro l’umanità. La povertà evangelica consiste nell’imitare Gesù Cristo, che è passato ovunque facendo del bene (cfr. At 10,28), senza contare sul potere del denaro, della politica e della religione istituzionale. Essere povero per il Vangelo vuol dire contare unicamente sull’amore e la misericordia divina. Per questo possiamo affermare che il povero per eccellenza è Gesù, il Figlio dell’uomo che è venuto sulla terra “non per farsi servire, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).

Oggi, la “povertà antropologica” in Africa è aggravata da politici e dirigenti che, anziché ascoltare il grido dei loro popoli, sostengono una dipendenza multidimensionale nei confronti delle antiche potenze coloniali come se questo fosse naturale. Questa dipendenza indebolisce notevolmente la creatività del popolo africano e la sua legittima autostima. Speriamo che i giovani africani, nel ricordo di Mveng, prendano responsabilmente in mano il proprio destino e quello del continente. Secondo Mveng, oggi il posto dell’Africa su scala mondiale sarebbe molto diverso se il corso della storia non l’avesse sottoposta ai fenomeni della schiavitù e della colonizzazione.



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