UNA SANATORIA À LA CARTE
Dalla caduta del sodalizio Lega-5 Stelle ci si aspettava che, con l’entrata in gioco di diversi partner del centrosinistra, qualcosa si muovesse sul versante immigrazione, almeno per contenere i danni causati dai decreti voluti e imposti da Salvini. Tutto pareva immobile e la tematica migranti e richiedenti asilo languiva in un limbo politico. Con l’esplodere del contagio Covid-19 centinaia di migliaia di migranti di tutta Europa hanno pensato bene di raggiungere il proprio paese d’origine, vicino ai propri cari. Le frontiere si sono chiuse a riccio, le une contro le altre. L’illusione che il pericolo venisse dal vicino non ha percepito l’avanzare del virus proprio in casa propria. Tutto rimane fermo, immobile, fino a quando ci si rende conto che la primavera incombente inizia a dare i suoi frutti, le case di riposo, in preda a lutti, non sono più in grado di accogliere anziani non autosufficienti e le famiglie non hanno un supporto per la gestione dei figli costretti a casa per la chiusura delle scuole. Questa situazione sta alla base della necessità di pensare a come procurare la manodopera necessaria.
LA MINISANATORIA DI PRIMAVERA
Aldilà delle schiere di lavoratori agricoli stagionali impiegati da anni negli stessi lavori in mezza Europa, ma che sono impossibilitati a viaggiare fuori dal proprio paese, ecco che ci si “accorge” delle centinaia di migliaia di persone costrette da anni a una latitanza trascorsa alla luce del sole accampate in baraccopoli o case diroccate. La minisanatoria adottata in questi giorni viene proposta proprio a queste categorie di lavoratori, diventate sempre più necessarie per la cosiddetta “ripartenza”. Colf, badanti e occupati nell’agroindustria sono contesi su più mercati nazionali europei.
Gli inglesi non sanno come raccogliere mirtilli e lamponi, i tedeschi vedono le proprie coltivazioni di asparagi e fragole marcire sul campo, svedesi e finlandesi non riescono a procurarsi i lavoratori per la raccolta di prelibate bacche e funghi. In Italia si prospetta la stessa situazione per fragole, finocchi e cura dei vigneti. Purtroppo le categorie in questione sono tra quelle più invisibili, relegate nelle zone più grigie del mercato del lavoro, e che operano senza tutele o contratti.
UNA TRAPPOLA CHE RIPRODUCE “IRREGOLARIZZAZIONE”
Grazie al coronavirus con l’art. 130, comma 3, del decreto legislativo 34/2020, si spera di regolarizzare dei rapporti di lavoro per centinaia di migliaia di persone, l’obiettivo sarebbe quello di raggiungere 500mila persone. Lo strumento utilizzato per riconoscere un permesso di soggiorno temporaneo per chi si trovasse in Italia prima della data dell’8 marzo 2020 consiste nella dimostrazione di un lavoro in essere o pregresso. Ma tale dichiarazione deve essere fatta da un datore di lavoro cittadino italiano o dell’Ue, e se di un paese terzo, in possesso di un permesso per lungo soggiornanti nella Comunità europea.
È la trappola di tutte le sanatorie degli ultimi 25 anni. L’atto della regolarizzazione è strettamente vincolato ad un datore di lavoro, che fino a ieri non si faceva problemi a far lavorare in nero molti lavoratori, spesso gestiti dalle diverse forme di caporalato. Le sanatorie passate hanno dimostrato come i regolarizzati siano stati costretti a pagare forti somme per affrancarsi dall’“invisibilità”. Truffe e ricatti a danno dei più fragili restati senza tutele per anni, se non da sempre. Inoltre l’aver escluso tutte le altre categorie in cui il lavoro svolto in nero è ben diffuso, come nella logistica, nell’edilizia, la ristorazione e il tessile non permette di raggiungere effettivamente una vittoria nei confronti di imprenditori truffaldini che continueranno imperterriti a sfruttare le donne e uomini a proprio profitto.
Nella platea di candidati all’emersione lavorativa si trovano anche migliaia di rifugiati che, pur avendo ottenuto un documento di viaggio Unhcr, di fatto vivono senza sostegno e programmi di inclusione sociale dignitosa. La continua riproduzione di processi di “irregolarizzazione” promossi con caparbia da almeno 20 anni necessita di essere affrontata con metodo e senso della realtà. Giusto dare dignità ad una parte del lavoro sommerso, piaga atavica del sistema Italia, ma non basta a rendere giustizia a migliaia di individui costretti a rasentare i muri delle nostre città.
LA PANDEMIA HA SOLO MESSO IN STANDBY LA “MIGRATORIETÀ”
La mobilità umana contemporanea è stata “urtata” da questa pandemia, portandola un poco fuori orbita, ma lo stock di “migratorietà” non si è esaurito, è solo in standby e la ripresa recente delle migrazioni sia sulla rotta balcanica sia su quella mediterranea stanno a dimostrare che il coronavirus ha scalfito il fenomeno, ma non lo ha esaurito. La sanatoria in corso risponde alle logiche della funzionalità strutturale dei flussi migratori a copertura di interstizi occupazionali poco attrattivi come il lavoro di cura e i servizi a bassa valenza professionale. Servizi però essenziali al funzionamento delle nostre società. I quattro quinti degli attuali candidati all’emigrazione rappresentano il prodotto della crisi climatica del pianeta, una crisi che segnerà profondamente il nostro futuro. Aree estese come la cintura sub sahariana o la situazione in paesi del subcontinente indiano o di aree dell’America del Sud, sono segnate dalla mancanza di una sovranità alimentare e dal difficile accesso all’acqua potabile. Sono più le migrazioni strutturali, causate proprio dal degrado ambientale, ad interessare i paesi di immigrazione, tra cui l’Italia, che quelle causate da conflitti armati in corso. Anche perché chi proviene da queste ultime aree incontra molte più difficoltà a muoversi dovendosi spostate a gruppi famigliari rispetto a chi parte dal paese di origine per procurare sostentamento economico alla propria famiglia nella speranza di ricongiungersi poi nel nuovo contesto di approdo.
Senza migranti le nostre società non stanno in piedi. Le società di arrivo non possono continuare a stigmatizzare le minoranze migranti come pietre dì inciampo per il proprio benessere, perché sono proprio queste a tenere le fila di quei servizi umili, ma essenziali, che permettono la nostra quotidianità.







