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AFRICA: LA SCHIAVITÙ ALLE MULTINAZIONALI DEL FARMACO

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Un dottore che ha lavorato in Etiopia pone il problema sull’uso delle medicine occidentali in Africa. Che ne pensa chi ha esperienza in merito?

Zalambessa è una piccola comunità etiope ai confini dell’Eritrea. Lì c’è una struttura in pietra, è la “clinica”, in cui lavorano delle suore, con competenza e dedizione. Per un breve periodo vi ho lavorato anch’io, e dentro mi è scoppiato un disagio che si è fatto grido interiore di amarezza e ribellione per una sensazione di tradimento espletato verso quei popoli anche con la complicità, sicuramente involontaria e inconscia, di chi ha scelto la strada della missione.

Ho lavorato al fianco di suore missionarie meravigliose che spendevano il loro tempo per quel popolo. Alla “clinica” arrivano in tanti, ma il numero delle madri con i loro piccoli è dominante: diarrea, vomito, dolori e coliche, otiti più o meno purulente, congiuntiviti, tracoma, amebiasi, Tbc … e loro lì in fila, pieni di pazienza e di attese …

Attese di che? Ecco l’antibiotico, spesso quello che le “società civili” hanno eliminato da decenni dai loro prontuari perché altamente pericolosi (il cloramfenicolo dà depressione midollare, la streptomicina dà otosclerosi … almeno nel mondo dei bianchi!); ecco l’aspirina a gogo o il paracetamolo; ecco il cortisone spesso usato senza adeguata prudenza e nelle più svariate occasioni; c’è per fortuna un po’ di xilocaina per uso oftalmologico per gli interventi di tracoma, che una suora infermiera professionale esegue con sbalorditiva maestria in una “sala operatoria” che è una stanzetta oltre il cortile e dove il materiale operatorio è sterilizzato ad acqua bollita.

Ecco il mio disagio che si fa grido: mentre tanto si fa perché quegli uomini abbiano qualcosa di più in termini di libertà, questi stessi popoli li rendiamo schiavi di una mentalità farmacologica alla stessa guisa della cocacola. La schiavitù alle multinazionali del farmaco non ha nulla da invidiare alla schiavitù delle multinazionali delle armi o delle monoculture o dei pesticidi e fertilizzanti chimici.

Credo che questo aspetto debba essere profondamente pensato dalle varie organizzazioni, siano esse religiose o laiche: permettiamo la schiavitù al farmaco occidentale senza valorizzare l’immensa ricchezza terapeutica delle loro piante (ma ci sono anche altri approcci terapeutici che si potrebbero prendere in considerazione) che se adeguatamente usate, e quindi prioritariamente studiate con la gente del luogo, possono risolvere molte patologie e molti problemi economici.

Il problema va affrontato con i governi locali e ci vuole un grande lavoro di sensibilizzazione perché si tratta di un salto di qualità. Non è facile esserne convinti perché anche il missionario e le varie organizzazioni sono condizionati dalla miracolistica medicina occidentale.

Questo è un discorso troppo grande per una persona sola, almeno per uno come me: io sono solo un medico che ha avuto la fortuna di capire che la medicina imparata all’Università non è l’unica strada, anzi spesso è portatrice di danni. È una mentalità che va cambiata: una cura esclusivamente sintomatologica e che non tenga conto del terreno immunologico vergine di quelle popolazioni, porterà danni immensi nel medio e lungo tempo, aldilà dei milioni di dollari che ogni governo locale dovrà sborsare all’Occidente per quelle medicine.

Ovviamente questo mio atteggiamento, un po’ provocatorio, non intende negare il valore di una medicina d’urgenza o di chirurgia, spesso preziosi e indispensabili per salvare delle vite: vorrei solo riuscire a sensibilizzare che, insieme a questa medicina, bisogna riscoprire una serie di altre medicine, che la gente del luogo può imparare a usare, se adeguatamente educata.

Che ne pensate? Non vale la pena aprire almeno un dibattito su queste tematiche?

Dr. GINO BURATTONI, Rovereto.



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