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A PROPOSITO DEL DEBITO PUBBLICO / COME USCIRE DALLA CRISI?

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Si è parlato molto, durante e dopo il lockdown da Covid-19, di Mes (Meccanismo europeo di stabilità) senza austerità, di Fondo salva Stati rispettando il Patto di stabilità, di eurobond ecc. Vorrei fornire alcune informazioni suppletive, per capire come mai il nostro debito pubblico sembra ingovernabile. L’Italia ha urgente bisogno di risorse finanziarie, mentre, come giustamente ricordava l’ex dirigente della Bnl, Guido Grossi, “il nostro paese siede su una montagna di risorse finanziarie”, “c’è il risparmio dei cittadini, ci sono le capacità di fare le cose, c’è la capacità di elaborare soluzioni”. 

Abbiamo smantellato il sistema delle banche pubbliche e scopriamo che la Germania vi ricorre e tira fuori 500 miliardi, e la Francia addirittura inventa una moneta interna. Cassa Depositi e Prestiti, Mediocredito centrale, Monte Paschi di Siena, le Poste, sono tutte mezze soluzioni da rafforzare, perché invece di fare profitti (come le banche private), tutelino il risparmio dei cittadini (come afferma la Costituzione) e selezionino buoni investimenti. 

IL PAESE DEI PARADOSSI 

Lo Stato potrebbe evitare di ricorrere ai prestiti della finanza internazionale attraverso una moneta interna, rendendo circolabili crediti e agevolazioni fiscali, creando addirittura (presso una struttura pubblica) una piattaforma dove i cittadini possano aprire i loro conti e regolare tutte le operazioni. In tal modo, si farebbe fronte all’emergenza (garantendo un reddito ai cittadini, un adeguato sostegno alle imprese e realizzando le strutture sanitarie di cui abbiamo bisogno); si metterebbe a punto un piano di investimenti strategici (che restituisca allo Stato la capacità di erogare servizi) e un sistema finanziario controllato dallo Stato, che permetta al governo di indirizzare gli investimenti a sostegno delle piccole imprese che sono l’orgoglio nazionale (che qualcuno vorrebbe invece far sparire). Non servono tecnici che propongano nuovi debiti, pregiudicando il nostro futuro (si stima che il rapporto debito/Pil a fine 2020 potrebbe raggiungere quota 155 per cento, quando a fine 2019 era 134,8), ma il coraggio di capire e di prenderci le nostre responsabilità.

L’Italia è il paese dei paradossi. Da una parte il governo fa fatica a trovare le risorse finanziarie, le famiglie a trovare disponibilità finanziarie, mentre le imprese pagano costi esagerati per usufruirne. Dall’altra, nel sistema finanziario mondiale c’è una massa enorme di liquidità che non arriva nei posti giusti, mentre – come ricordava ancora Grossi – “migliaia di miliardi giacciono inoperosi sui conti che le banche commerciali hanno presso le banche centrali remunerati a tassi negativi”. Ma facciamo un passo indietro nella storia.

L’INTERNAZIONALIZZAZIONE DEL DEBITO 

I risparmiatori italiani compravano Bot e Cct e “l’altra parte la compravano le banche, ed allora tutte le grandi banche erano pubbliche ed erano obbligate a comprare una parte di questi titoli”. Non avevamo bisogno di chiedere finanziamenti all’estero. Con la politica d’internazionalizzazione sono state fatte scelte tecniche che oggi ci rendono dipendenti dai capricci dei mercati finanziari. Secondo elaborazioni Abi sui dati della Banca d’Italia, per un debito pubblico italiano di 2.409 miliardi di euro alla fine del 2019, solo il 5,8 per cento era detenuto da imprese e famiglie italiane, quando a fine del 2007 questa percentuale era del 22,4 per cento. 

Il percettore di un reddito normalmente ne accantona (qualora possa permetterselo) una parte per eventuali bisogni futuri: è così che si forma il risparmio. Il risparmiatore non vuole vivere di rendita, ma garantirsi il potere d’acquisto del suo risparmio per fronteggiare eventuali imprevisti futuri. Un titolo di Stato con scadenza entro l’anno (come i Bot) risponde a questa esigenza e alla scadenza si può rinnovare. Si può anche investire in un Cct, che è a scadenza un po’ più lunga e a tasso variabile. In caso di necessità, Bot e Cct possono essere venduti sul mercato, non perdendo il capitale investito per acquistarli. Lo Stato usufruisce del risparmio e lo rimette in circolo, mentre chi compra Bot o Cct non vuole un grande rendimento, ma la garanzia del proprio capitale. 

Alla fine degli anni ’80, l’80 per cento dei titoli di Stato italiani erano Bot per il 60 per cento, Cct (a tasso variabile) per il 25 per cento, oltre a quasi un 5 per cento di Cct a tasso fisso, e rispondevano ai bisogni dei risparmiatori italiani che li compravano. Oggi, invece, quasi tutto il debito pubblico italiano è coperto da Btp di varia natura, mentre di Bot e Cct al 31 luglio 2018 ne risultavano in circolazione soltanto 10 per cento. Non solo, oggi i Bot hanno rendimento negativo. I Btp, invece, hanno scadenza molto più lunga, fino a 30 anni, e quelli di un’asta recente sono stati collocati al 3,55 per cento. I Btp sono comprati dagli investitori istituzionali (che sono più interessati al rendimento che a proteggere il proprio capitale) e gli speculatori li vendono e acquistano in continuazione, felici della volatilità dei loro prezzi.

Una volta il Tesoro ricorreva ad aste competitive (riservate ai soli Bot), accoglieva le richieste di sottoscrizione e il prezzo di aggiudicazione dei titoli era quello offerto dagli investitori partecipanti. Per internazionalizzare il debito italiano, il Tesoro è ricorso ad aste marginali, dando al sottoscrittore la possibilità di decidere lui il tasso di rendimento (che è unico per tutti gli operatori, e quindi più alto), regalando così al sistema finanziario un potere enorme. La differenza fra i due tipi di aste è un dettaglio tecnico, ma è nei dettagli che spesso si nascondono problemi molto gravi. 

Alle aste per Btp possono partecipare solo intermediari finanziari che soddisfano determinati requisiti (normativi e tecnici) e che abbiano stipulato una convenzione con la Banca d’Italia: Goldman Sachs, Citibank, Morgan Stanley, J.P. Morgan, BNP Paribas, ecc. Su 15-20 banche, grosso modo, che fanno parte del panel, di italiane c’è Intesa San Paolo attraverso Banca IMI e Unicredit (che però non sono più totalmente italiane, ma possedute da fondi esteri), Monte Paschi Siena. Sono questi investitori istituzionali che ci prestano i soldi con aste marginali alle condizioni che decidono loro, e ne veniamo ricambiati con il rischio spread

Le clausole dei trattati internazionali sono norme sottoscritte, mentre della scelta tecnica dei mercati finanziari sarebbe opportuno liberarsi al più presto. Le agenzie di rating condizionano le nostre scelte, da un giorno all’altro possono decidere l’affidabilità del nostro paese: se veniamo declassati, lo spread aumenta. Se i nostri titoli di Stato in mano ad investitori esteri venissero considerati spazzatura, tutti li venderebbero (o meglio svenderebbero) e si arriverebbe al default. Non avendo più risorse e non potendo pagare i creditori, partirebbe il meccanismo europeo Salva Stati per evitare il default (come è successo con la Grecia). Ci presterebbe soldi, ma con drastiche condizioni: licenziamento dipendenti pubblici, taglio spese, vendita patrimonio pubblico, privatizzazione di determinati servizi ecc. Ecco allora che diventa importante intervenire prima che sia troppo tardi.

COME USCIRNE?

Bisognerebbe smettere di offrire Btp, optando per Bot (ovviamente non a tassi negativi, come attualmente, perché non verrebbero mai sottoscritti) e Cct, consentendo ai risparmiatori di proteggere il loro capitale, in gran parte depositato su conti correnti. Nel sistema finanziario internazionale ci sono voragini enormi e si sarebbe deciso – non è fantascienza o teoria del complotto – di coprirle utilizzando il risparmio delle famiglie in giro per il mondo (e quindi anche quello degli italiani).

Nel 2011 il Boston Consulting Group (una multinazionale della consulenza finanziaria, i cui servizi sono utilizzati dalle grandi banche e dai governi di tutto il mondo) nel suo documento Back to Mesopotamia ricordava che nel mondo c’è troppo debito privato e non sarà mai pagato. Azzerare i debiti (come facevano i re della Mesopotamia 3.000 anni fa) non piace al sistema finanziario internazionale (come non piace ricorrere all’inflazione per far diminuire il valore del debito) e allora si è pensato di utilizzare i soldi dei risparmiatori per coprire i buchi delle banche, come si afferma nella legge del Bail-In di cui alla direttiva 2014/59/Ue in vigore dal 1 gennaio 2016. 

Il collocamento di titoli di Stato non dovrebbe essere lasciato soltanto alle banche d’affari straniere. La Bce fa una politica di bassi tassi di interesse (sostenendo che è per favorire l’afflusso di liquidità nelle casse di Stati, imprese e famiglie), ma ne approfittano soltanto gli speculatori. I risparmi degli italiani nel 2018 ammontavano a ben 4.244 miliardi di euro ed il contante era di 1.379 miliardi di euro fermo sui conti correnti (ricordava La Repubblica del 9 agosto 2019). Basterebbe attrarli, invitando a sottoscrivere attraverso aste competitive titoli con un determinato rendimento fissato dal Tesoro, per poter così restituire i prestiti degli investitori istituzionali, eliminando i pericoli di spreaddefault e meccanismo di stabilità. 

L’art. 123 del Trattato europeo afferma che la Bce e le Banche centrali nazionali non possono prestare soldi agli Stati. Che cosa fa la Bundesbank, la banca centrale tedesca? Titoli invenduti li mette da parte e li rivende al momento opportuno, aggirando così l’art. 123. La nostra Cassa Depositi e Prestiti potrebbe comportarsi come la KfW tedesca o la Bpi francese (che sono banche pubbliche): quando c’è tensione sui mercati si comprano i titoli di Stato del loro paese. Oppure il Tesoro potrebbe aprire dei conti deposito vincolati per i risparmiatori, con un certo tasso di interesse. Sarebbe importante anche avere dei sistemi di pagamento interni all’Italia, per evitare quanto capitò alla Grecia: da un giorno all’altro la Bce chiuse i rubinetti dei pagamenti collegati dall’esterno e i greci non poterono più prelevare i loro soldi (che erano stati depositati presso le loro banche) perché la liquidità arrivava dall’esterno.

LA TRUFFA DEL DEBITO PUBBLICO

Verso fine degli anni ’80 e inizio ’90 (gli anni della globalizzazione, liberalizzazione), si insisteva sulla necessità di far circolare i capitali ed il nostro Ministero del Tesoro ricorse all’internazionalizzazione del debito pubblico. Marco Bersani, nel suo Dacci oggi il nostro debito quotidiano. Strategie dell’impoverimento di massa, parlava della truffa del debito pubblico, ritenendo che l’aumento di quello italiano (ma anche europeo) non fosse imputabile (come sostenuto dai governi nazionali) all’aver sprecato risorse vivendo al di sopra delle proprie possibilità.

Per l’Italia, dal 1960 al 1981 il rapporto debito/Pil (che tanto ha scatenato le ire dell’Ue nei nostri confronti) si è sempre assestato sotto il 60 per cento (soglia che identificherebbe un’economia sana o malata), ma dal 58,46 per cento del 1981 è schizzato al 121,84 del 1994. La spesa pubblica italiana, invece, è salita dal 42,1 per cento del Pil nel 1984 al 42,9 nel 1994 (quando l’Eurozona passava dal 46,7 al 47,7). Con una spesa pubblica italiana inferiore alle media europea, come mai il nostro rapporto debito/Pil ha superato i 100 punti percentuali?

Fino al 1981 i titoli statali invenduti (a basso tasso di interesse) venivano garantiti dalla Banca d’Italia limitando le speculazioni. Dal 1981, con l’indipendenza della Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro, per poter vendere i titoli non più garantiti dalla Banca d’Italia si sono alzati i tassi di interesse, gonfiando il debito e attivando la speculazione. Lo Stato per finanziarsi è ricorso ai mercati pagando interessi sempre più elevati e il rapporto debito/Pil è passato dal 60 al 120 per cento in pochi anni. Sono state introdotte misure di rigore per contenere la spesa pubblica, che è diventata inferiore alle entrate statali. Il debito pubblico italiano si è aggravato con la crisi finanziaria del 2008, che ha coinvolto soprattutto le banche europee. Come ricordava ancora Bersani, dal 2008 in poi abbiamo assistito a un travaso dai debiti privati a quelli pubblici e il debito sovrano della zona euro è passato dal 25 per cento del Pil nel 2007 al 94 nel 2014. 



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