Vivere e lavorare con i poveri: La missione è scelta o metodo?
Un lettore e amico di "Missionari Saveriani" mi ha rivolto una domanda: "La missione di Cristo affidata ai suoi discepoli significa proprio vivere e lavorare con i più poveri ed emarginati? La conversione dei non cristiani è allora una questione di metodo o di scelta di classi sociali?".
La domanda è difficile e meriterebbe una risposta adeguata. Proverò a spiegare solo alcuni concetti oggi in voga, che non esprimono bene la missione che Cristo ha affidato ai suoi discepoli missionari.
È un problema di linguaggio?
Si dice che la missione oggi è diventata un problema di linguaggio, per cui se si trovassero le parole giuste si raggiungerebbe lo scopo. Ma qual è lo scopo della missione? Si discute di come parlare ai giovani e come rivolgersi agli uomini contemporanei, come se noi non avessimo un linguaggio comprensibile e non fossimo uomini contemporanei. Si discute di più di come parlare e poco di come pensare la missione. Si confonde la missione con la ri-evangelizzazione dei paesi cristiani da attuare con un linguaggio moderno...
In questo modo si pensa che la missione sia principalmente una questione di metodo. Si parla molto di metodo di evangelizzazione, di catechesi, di preghiera, di spiritualità e così via. Sembra che la missione cristiana sia una questione di fatti, di cose, di rapporti, quasi in alternativa alla Parola evangelica. Più che sulla "Parola" si pone l'accento sulla "esperienza vissuta". Io credo che la missione non sia principalmente una questione né di linguaggio né di esperienza vissuta applicati al cristianesimo.
Il "manager" delle missioni?
Alcuni profeti scrivono pagine e pagine sul futuro della missione: se debba avvenire nelle città e nelle grandi periferie o nelle campagne... Parlano di strategie, come se si trattasse di battaglie da combattere. Prevedono addirittura il fallimento della missione che si rivolge ai paesi e alle campagne. Vorrebbero che tutti i missionari seguissero le loro indicazioni, dimenticando che la missione è rivolta a tutti gli uomini: di città e di campagna, ai ricchi e ai poveri.
Nei villaggi ci sono forse meno malati e bisognosi? Conosciamo meglio i poveri delle città perché per i fotografi è più facile cogliervi le miserie umane. Io personalmente non ho mai lavorato nelle grandi periferie, ma vi assicuro che anche tra i primitivi delle isole Mentawai lo Spirito Santo può far sorgere un centro di testimonianza cristiana nel cuore di una grande nazione musulmana come è l'Indonesia.
Altri esperti pensano che la missione sia quella di risolvere i gravi problemi sociali dei poveri. Qualcuno arriva a dire che i missionari dovrebbero assumere un vero e proprio "manager della missione": un esperto che faccia uso delle "tecniche di pianificazione, per migliorare l'impegno dei missionari, organizzare e gestire gli interventi a favore delle popolazioni...".
Il vero motivo è Gesù Cristo!
Non mi intendo di linguaggi così tecnici. Ma rispondendo alla domanda dell'amico, dico che stimo tutte le professioni, ma la mia vocazione è un'altra: io sono un missionario. L'unico motivo che mi ha spinto verso tutti - poveri e ricchi, malati e sani - rinunciando ad altre scelte di vita, è questo: per me sono tutti figli di Dio e immagini di Cristo, che "ha fame e sete, è calpestato e massacrato".
Questa è la buona novella che ogni missionario annuncia in ogni parte del mondo. Non fosse stato per Cristo, sarei rimasto a casa mia, con buona pace di tutti i grandiosi discorsi sulla missione. L'unica missione affidata da Cristo ai suoi è questa: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura. Io sono con voi...".
Il resto, sarei tentato di dire, è solo... chiacchiera.








