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Vedere il bene di chi ci sta accanto

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Cosa sappiamo dei saveriani originari del territorio di Cremona? Questo mese ospitiamo la testimonianza di p. Vittorio Bongiovanni di Bozzolo (MN), classe 1941, missionario in Sierra Leone.

Com’è nata la tua vocazione missionaria?
cr 2016 Bongiovanni VittorioPotrei dire che esco da una famiglia saveriana. Mio zio, fratello di mia madre, era un missionario saveriano: p. Pacifico Fellini. Era stato per diversi anni rettore della comunità saveriana di via Bonomelli, a Cremona. Non conoscevo nessuna altra congregazione missionaria. Ma ora mi tocca scrivere di me stesso.
Nel mio dialetto si dice: “Al nom di cuiòn l’è scret in toti i canton!”. Quindi scusatemi. Nella mia vocazione missionaria mi ha aiutato, in modo particolare, mia madre. Potrei persino dire che la mia vocazione è uscita dal cuore di mia madre che non era una “bigotta”, ma una credente impegnata, soprattutto intelligente. Andava a Messa tutti i giorni e mi chiamava a fare il chierichetto. Molto spesso a quella Messa mattutina, d’inverno, in una chiesa fredda con in gradini di marmo dove mi inginocchiavo come chierichetto, erano presenti solo quattro persone: il parroco che celebrava, io chierichetto, mia mamma come comunità che partecipava, e in coro, dietro l’altare, il sagrestano che dormiva avvolto nel suo mantello, “nel suo tabar” come si dice. Ogni mattina, mentre andavamo in chiesa, mia madre diceva le preghiere del mattino e io mi univo a lei. Quando poi, durante il giorno, ne combinavo qualcuna di grossa, lei non mi chiamava a fare il chierichetto la mattina dopo. E mi faceva capire che, con l’atteggiamento avuto, non meritavo il dono di andare a Messa. C’è un’altra esperienza con mia madre che non dimentico. Ogni anno nella mia famiglia si ammazzava un maiale. E una volta che il macellaio aveva finito, mia madre preparava pacchetti di carne da portare ai poveri in paese. Ci teneva a ripetermi: “Non dimenticarti di dire grazie quando lasci un pacchetto di carne”. Ed io: “Ma sono loro che devono dirci grazie, non noi i donatori”. “No, siamo noi che dobbiamo dire loro grazie perché ci vogliono bene e si umiliano ad accettare il nostro dono”. Allora non capivo. E ancora a proposito di quei pacchetti di carne le dicevo: “Ma perché devo andare solo io, manda anche le mie sorelle”. “No! Questo è il tuo lavoro di chierichetto!”. 

Che bambino eri?
Ero un ragazzino, così mi han detto in tanti, non cattivo ma che faceva “tant rabì”. A scuola ero sempre il primo della classe. Il maestro mi voleva bene ma, a suo dire, lo facevo disperare perché disturbavo troppo. Quando ha saputo che ero entrato nel seminario dei saveriani, ha detto forte, quasi gridando: “Se tu diventi prete, prometto che mangerò un gatto vivo!”. Alla mia prima Messa a Spineda, all’omelia, ho cominciato dicendo: “Qui c’è uno che ha promesso di mangiare un gatto vivo se fossi diventato prete!”. Il mio vecchio maestro si è alzato e ha detto forte davanti tutti: “Sono io!”. E delle lacrime son scese ad innaffiare il suo fazzoletto.

La tua esperienza missionaria…
Mi trovo in Sierra Leone da 52 anni. Ringrazio il Signore di questo dono. Quando ero partito per la prima volta per l’Africa c’era gente a Bozzolo che mi diceva: “Ma che bravo! Vai a portare il Signore in Africa, vai a promuovere lo sviluppo sociale (neanche capivo cosa volesse dire!) e vai ad aiutare i lebbrosi, i bambini, gli ammalati...”. Ero confuso. E sono partito. Arrivo in Sierra Leone e all’aeroporto di Freetown c’erano già alcuni cristiani che mi aspettavano. Mi hanno preso la valigia per aiutarmi… Io ero sospettoso. In quella valigia c’era una ‘bomba’: un salame, ma di quelli speciali! Il Signore era già là in Sierra Leone che mi spettava, non l’ho portato io! E poi: “Vai a promuovere lo sviluppo sociale…”. Sì, ho organizzato alcuni progetti di sviluppo, ma sono i sierraleonesi che lavorano sotto questo sole. Io non sono qui a lavorare per loro, ma con loro. Sono loro i protagonisti del proprio sviluppo. “Aiutare i bisognosi…”. Sì, ma se non ricevo aiuti dall’Italia, ne aiuto ben pochi.
Allora mi sono chiesto: “Chi sono io come missionario?”. Dopo tanti anni, sono arrivato a questa conclusione. Missionario significa essere un cavatappi! Non sono venuto a riempire bottiglie vuote, ma a stapparle, a tirar fuori da questa gente buona quei valori cristiani ed umani che ci fanno essere persone felici. Ecco il mio lavoro, di cui sono entusiasta. Con profonda convinzione dico che, se nascessi ancora, vorrei ancora essere un missionario. E questa è una vocazione missionaria per tutti: vedere il bene in chi ci sta accanto ed accettarli così come sono. Se tutti ci sforzassimo in questa vocazione, allora creeremmo un mondo migliore in cui saremmo più contenti di vivere. Grazie Signore! Buona Pasqua a tutti voi, amici lettori.



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