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Ormai il mondo è diventato di casa. I media ce lo presentano in tutte le salse, colorito come un arcobaleno, come se fosse proprio lì fuori della finestra. E diventata un'abitudine viaggiare, fare un periodo di vacanze di Europa o in altre parti del mondo. Anche i giovani non sono da meno degli adulti in questo settore.

Molti di loro vanno alla ricerca di qualche esperienza ricca di significato. Desiderano vedere in prima persona come si vive  dei Paesi cosiddetti del Terzo Mondo. Molti missionari sono contattati dai giovani stessi che si impegnano a trascorrere un mesetto per vivere vicino alla gente che non è così fortunata come noi. Tutto bene.

Resta però sottinteso che dovrebbero partire con animo molto disarmato, senza preconcetti in testa. Osservare, camminare con attenzione, conoscere più cose possibili, ma senza avere la presunzione di capire la realtà. La verità della situazione non è quella che appare in superficie, ma sta ben sotto, nascosta. Non la si può cogliere in un batter d'occhio, con un mesetto di permanenza nel luogo. Ci vogliono anni per conoscere ciò che va oltre l'involucro, al di là delle apparenze.

Alessandra e Andrea

Due giovani che da anni frequentano la nostra Casa, sono interessati a vivere la loro vita in una dimensione missionaria pur pensando ad una famiglia. Sono andati a fare un'esperienza "missionaria" in America Latina. Precisamente in Perù e Brasile. La prima è andata con il suo ragazzo, mentre Andrea, oltre che con la sua ragazza, faceva parte di un gruppo ben preparato ed accompagnato da don Harry, cappellano a Codroipo.

Sentire a caldo ciò che maggiormente li ha colpiti penso sia cosa utile ed interessante per tutti noi. "Ciò che mi è rimasto fino ad ora nel cuore è questo: l'aver condiviso momenti belli, in un'inaspettata comunione e vicinanza con persone così lontane, e la consapevolezza della sofferenza e difficoltà con le quali le stesse convivono quotidianamente".

Sono le parole con le quali Alessandra Franz di Sottoselva (Palmanova) tenta di descrivere quanto le è successo nello scorso ottobre.

"Le persone incontrate in Brasile sono straordinariamente diverse una dall'altra, eppure le ho conosciute, ho mangiato con loro, siamo entrati in dialogo. La sofferenza che ho visto non è un racconto, una foto, un film, ma è presente nelle stesse persone con le quali ho riso. Non sono più estranee per me: il Brasile è ora i volti dei bambini".

Come era da aspettarsi, l'esperienza l'ha marcata profondamente. Ma cosa significa per la sua vita di adesso aver fatto questa visita nel Brasile Nord?

"Essere stata in Brasile è stata un'esperienza a lungo desiderata e vissuta con gioia e pienezza. Ciò che mi porto dentro ora è questa maggiore pienezza, la consapevolezza che viene dall'aver vissuto e toccato con mano la vicinanza della lontananza, come dicevo prima. Essere andata in Brasile significa anche credere che vale la pena di ascoltare noi stessi, i nostri desideri più profondi e di metterci in gioco se è l'Amore a muoverci".

Sulle Ande

Sentiamo cosa pensa Andrea Meneguzzi, di Rivignano. Lui è partito, come dicevo, con un gruppo di giovani. Trenta giorni  in Perù, alcuni dei quali trascorsi nella periferia di Lima, nella foresta Amazzonica e sulle Ande. L'esperienza fatta ha visto il gruppo impegnato anche nel ritorno quasi per mantenere un contatto con quella gente con la quale, sia pur per un breve periodo, hanno condiviso, come si suol dire, la loro vita e i loro destini.

"Nella nostra Comunità ci sentiamo senz'altro portavoce di quelle povertà e quei disagi che per noi portano un volto ed hanno un nome. Al nostro ritorno abbiamo deciso di moltiplicare gli aiuti ai missionari impegnati in quei luoghi, abbiamo organizzato mercatini equo-solidali e dato vita a due importanti iniziative: le adozioni a distanza e la "colazione scolastica" che intende garantire a bambini e ragazzi una prima colazione a base si riso e latte prima di iniziare la scuola.

Sicuramente, dopo un'esperienza come quella che abbiamo vissuto nella periferia di Lima, nella Foresta Amazzonica e sulle Ande, il nostro impegno e la nostra sensibilità verso i problemi "terzomondiali" sono cresciuti e maturati".

Succede proprio questo: dopo che si è constatato di persona certe situazioni di ingiustizia non si può rimanere senza fare  nulla. In fondo anche noi che stiamo bene, siamo in parte responsabili di quello che succede nei Paesi del Sud del mondo. Qualcosa della tua vita cambia.

"A tutti noi il viaggio ha lasciato la consapevolezza di come la nostra vita quotidiana, dal vestito che si vuol comprare, allo stipendio o al programma televisivo, influenzi nel bene e nel male le sorti di milioni di persone soprattutto de/ più poveri. Per me questo vuol dire che problemi come immigrazione, giustizia sociale e sfruttamento non riguardano più altri (gli immigrati, i poveri o gli sfruttati) ma hanno origine anche dai miei gesti quotidiani.

Tutto questo si traduce in una scelta di vita: solidarietà e comprensione verso gli ultimi e cura e attenzione verso gli sprechi, cercando di evitare il superfluo".

Non ci rimane che dire grazie ai nostri due amici con la speranza e l'augurio che tanti altri, magari senza andare in America Latina o altrove, possano aprirsi al mondo e riconoscere come anche attraverso il nostro stile di vita le cose possono cambiare. In fondo tutti, come cristiani siamo missionari.



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