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Dal 16 al 23 dicembre i saveriani che lavorano in Messico hanno celebrato la loro assemblea capitolare , per programmare le attività ed eleggere la “squadra” che li guiderà per il prossimo triennio. Dopo l'Italia, il Messico è la seconda nazione per il numero di saveriani: ben 117. Da Roma, erano presenti p. Romano e p. Robledo, della direzione generale.

Per formare bene i giovani

Dopo il primo giorno, interamente dedicato alla preghiera, sono iniziati i lavori, con la lunga e dettagliata relazione di p. Luigino Marchioron, superiore nel triennio scorso, circa la vita religiosa e le attività missionarie dei saveriani in Messico.

In otto giorni di intenso lavoro, i saveriani hanno discusso e approvato un importante documento sulla formazione dei giovani che aspirano alla vita missionaria, a cominciare dai ragazzi nelle scuole e nelle famiglie, fino agli studenti di teologia. La prima esigenza è di avere dei bravi animatori e formatori, che lavorino insieme e con entusiasmo. Si è parlato anche della collaborazione con i laici, dei missionari malati e di una tomba, per onorare la memoria dei missionari defunti. Insomma, come si fa in ogni buona famiglia, anche i saveriani cercano di prendersi cura dei giovani, degli anziani e dei propri cari.

A servizio del bene altrui

Durante l'assemblea è stata eletta la nuova squadra di servizio . Nuovo superiore è p. Javier Pérez, aiutato dal vice p. Juan Olvera e dai consiglieri p. Gerardo Custodio, p. Felipe Rebollo e p. Mario Gallia. Una squadra giovane - età media, 45 anni - con quattro messicani e un italiano: segno che i saveriani messicani godono di fiducia e senso di responsabilità, all'interno della famiglia saveriana. Al termine, un sentito ringraziamento è andato a p. Luigino, per la profonda dedizione con cui ha lavorato e servito, per il bene dei confratelli e della missione.

Durante una Messa comunitaria, padre Edoardo Candian, saveriano vicentino in Messico dal 1983, ha raccontato la sua commozione quando, tornato nella missione di Santa Cruz, un catechista gli ha detto: “Padre, ci fa piacere che sei tornato a soffrire con noi”.

Questo per dire quanto la gente apprezzi la presenza dei missionari nella loro vita ordinaria.



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