La missione nella mia terra
Dopo 60 anni, il ritorno
In Camerun sono rimasto dieci anni. I primi quattro, all'estremo nord del Camerun, furono molto duri per il clima impietoso in un ambiente pre-desertico. Il caldo raggiungeva 47 gradi all'ombra e bisognava difendersi dalla polvere finissima del deserto che procurava guai seri alla salute.
Ma non mancavano le consolazioni. La gente ci accoglieva con grande simpatia e ci chiedeva di essere liberata dall'ignoranza e dalla paura. Il nostro primo impegno è stato di formare un bel gruppo di catechisti, responsabili dell'evangelizzazione dei loro fratelli, conoscendo meglio di noi la loro cultura. Abbiamo creato scuole di alfabetizzazione per gli adulti e per i bambini non scolarizzati, i più numerosi. Abbiamo aiutato anche a scavare pozzi nei villaggi, per assicurare l'acqua alle famiglie in una regione dove piove pochissimo e dove l'acqua è l'elemento più vitale.
Come il lievito nella massa
Colpito da un'infezione grave, verso la fine del 1986 mi sono trasferito nell'ovest del Camerun, su un altopiano un po' più salubre. Qui, insieme a due altri saveriani, ho iniziato una missione alla periferia di Bafussam, capoluogo dei bamileké , una delle etnie più dotate e intraprendenti dell'Africa. Su una popolazione di oltre 30mila abitanti, i cristiani erano pochi. Ci siamo chiesti: come trasformare questo piccolo nucleo di credenti in un buon lievito che sappia "fermentare" cristianamente la massa? Come vivere una nuova fraternità alla luce del vangelo?
Dopo una lunga e appropriata catechesi, abbiamo iniziato le piccole comunità ecclesiali. I cristiani si riunivano liberamente in una delle loro case, ogni settimana, per ascoltare una pagina del vangelo, impararla a memoria, meditarla in un clima di preghiera e decidere poi di attuarla con opere buone, per migliorare la vita del loro quartiere. L'iniziativa suscitò l'entusiasmo dei cristiani, l'ammirazione dei non-cristiani e l'elogio del nostro vescovo africano.
La vita missionaria in Italia
A giugno del 1992 sono stato richiamato in Italia per dirigere il centro saveriano di formazione permanente, vicino a Como. Qui arrivano i nostri missionari dai quattro continenti, a gruppi di 20 o 30, per ritemprarsi fisicamente e spiritualmente. Partecipano a un corso di tre mesi, ricco di attività culturali e condividono le loro esperienze di vita, sempre arricchenti per progettare meglio il futuro. Qui sono rimasto otto anni.
Non potendo tornare in Africa per problemi al cuore, sono stato destinato alla casa saveriana di Salerno per l'animazione missionaria in Campania e Lucania. In cinque anni, in quelle due regioni, ho portato la mia testimonianza in 62 parrocchie.
Ora, da poche settimane, sono nella comunità di Taranto, a Lama. Anche qui desidero consumare le ultime energie che mi restano nell'animazione missionaria delle parrocchie, confidando nella buona accoglienza dei parroci.
Posso assicurare che un'esperienza vissuta, come quella del missionario, non lascia indifferente nessuno: nemmeno i giovani e i bambini.








