Una chiesa dal cuore aperto, La gioia del vangelo...
Così inizia il "regalo di Natale" di papa Francesco: "La gioia del vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da lui sono liberati dal peccato, dal vuoto interiore, dall'isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. Mi rivolgo ai fedeli cristiani per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice, marcata da questa gioia, e indicare vie per il cammino della chiesa nei prossimi anni".
Un "regalo" davvero grande, quello della gioia, di cui noi tutti abbiamo estremo bisogno. Perché "il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice e opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata".
Più chiaro di così, si muore. È l'esortazione vibrante di un "padre", allo stesso tempo felice e preoccupato, perché sa bene che "quando la vita interiore si chiude nei propri interessi, ...non palpita l'entusiasmo di fare il bene". È l'esortazione di un "padre" sincero, perché vuole essere coerente: "sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri".
"Una chiesa con le porte aperte" è quella che papa Francesco desidera per il mondo di oggi. Viene in mente il ripetuto e pressante appello di papa Wojtyla: "Non abbiate paura: aprite il cuore a Cristo!". Le porte si aprono per entrare e per uscire; si spalancano per dare aria nuova alla casa, perché tutti possano vedere dentro, perché non c'è niente da nascondere, niente da rubare...
Attenzione! Possono entrare anche ladri e dissacratori, pronti a spaccare i nostri Crocifissi preziosi (come è avvenuto a Pisa nei giorni passati). Possono entrare la polvere estiva e il fogliame autunnale, trasportati dal vento; il fango attaccato sotto le scarpe di chi è andato a ramengo o di chi torna dalla missione... I pericoli sono tanti, a lasciar le porte aperte. Non sono queste le preoccupazioni di papa Francesco.
"Preferisco una chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una chiesa preoccupata di essere al centro, e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve inquietarci e preoccupare la nostra coscienza, è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell'amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita".
Perciò "usciamo a offrire a tutti la vita di Gesù Cristo". Un metodo missionario che coinvolge tutti coloro che hanno incontrato Gesù e hanno ascoltato il suo vangelo. Perché siamo tutti "discepoli missionari". "C'è una forma di predicazione che compete a tutti noi come impegno quotidiano. Si tratta di portare il vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, ai più vicini e agli sconosciuti... Essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l'amore di Gesù, e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, in strada, in piazza, al lavoro".
L'importante è che "non ci lasciamo rubare l'entusiasmo missionario", per gustare in pieno "la gioia del vangelo".








