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Otto anni fa mio padre ci ha lasciati. La sua lunga malattia lo aveva segnato profondamente, privandolo di molte capacità, ma mai della fede. Uno dei ricordi più intensi che conservo di lui è quello di un sabato mattina d’estate, poco prima della sua scomparsa. Aspettavamo il ministro straordinario dell’Eucaristia e lui, nonostante le sue condizioni, era impaziente. Quando l’amico arriva e lo invita a pregare, mio padre inizia a recitare il Padre Nostro con voce chiara e sicura. Era da tempo che non lo sentivo parlare così. Quella preghiera è rimasta scolpita nel mio cuore, come un seme che nel tempo ha iniziato a germogliare. 

Sono cresciuta in una famiglia cattolica, ho ricevuto i sacramenti e frequentato la comunità. Poi la vita mi ha portata lontano dalla mia terra, la Sardegna, fino in Friuli Venezia Giulia. Nel 2012 sono emigrata per lavoro, insieme alla persona che sarebbe diventata mio marito. Sono un medico del lavoro e inevitabilmente mi confronto anche con la sofferenza e la fragilità umana. L’esperienza della malattia di mio padre mi aveva già toccata nel profondo, ma con l’avvento della pandemia è cambiato tutto. Ho vissuto un primo periodo di paura, poi ho iniziato ad avvertire un vuoto diverso, più profondo. Sentivo che qualcosa doveva cambiare nel mio modo di guardare la vita, la fede, il mio stesso lavoro. Ho chiesto a Dio di aspettare, perché dentro di me stava nascendo qualcosa, che ancora non capivo.

In questo cammino, il Signore non mi ha lasciata sola. Attraverso l’incontro con p. Andrea Gamba, ho iniziato a mettere insieme i pezzi di quel disegno da tempo presente nella mia vita. Avevo lasciato tutto, ero felice con mio marito, ma percepivo che mancava qualcosa. Nel tempo, abbiamo stretto legami con i nostri vicini, amicizie preziose che ci hanno accompagnati e ci accompagnano ancora oggi. Poi, a Lovaria, abbiamo scoperto la comunità. Non solo un luogo, ma un modo di vivere la fede, un’appartenenza concreta fatta di accoglienza, sostegno, amicizia. Ho capito che la relazione con l’altro è il cuore di tutto: è lì che Dio si manifesta, è lì che chiama.

Questa consapevolezza mi ha portata ad un nuovo passo: mettermi a servizio. Ho iniziato a studiare, a comprendere il significato del ministero, il valore di portare Gesù a chi è nella fragilità e nel bisogno. Mi è tornata alla mente quella preghiera al Padre recitata dal mio papà in un momento della sua vita di così grande prova... Ho scoperto che il protagonista di tutto è Lui e che noi siamo semplicemente strumenti nelle Sue mani. Donare l’Eucaristia a chi desidera comunicarsi con Cristo è un privilegio immenso. La condivisione della Parola e del Pane diventa un’offerta reciproca, un gesto di amore e fraternità. 

Padre Andrea mi ha accompagnata nella lettura dell’enciclica Salvifici Doloris di S. Giovanni Paolo II, che mi ha aperto gli occhi su un aspetto essenziale della fede: la sofferenza non è priva di senso. Anche nella malattia, nel dolore, c’è una dignità profonda, perché la vita, in ogni sua forma, è preziosa. E poi c’è il servizio: quando il Signore chiama, chiede solo di rispondere con quello che siamo, senza pretese o riserve. Basta dire . Il mio cammino non è finito, anzi, è appena iniziato. Oggi so che voglio continuare a lasciarmi guidare da quell’amore di Cristo che ci spinge (2 Cor 5,14).



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