Un amico per regalo
Per Natale vorrei un amico. Uno di quelli veri, con cui ridere, scherzare, discutere, litigare. Ne ho tanti, ma sono virtuali… a centinaia! Ci parliamo attraverso le chat. Con gli occhi fissi sullo smartphone dialoghiamo tanto tra noi, ma c’è sempre uno schermo in mezzo. Ci divertiamo, questo sì. Quante battute, scherzi e risate!
Ma come si fa senza lo schermo e la tastiera? Quasi, non mi sembra di saperlo troppo bene. Certo, non sono un eremita, ma quando sono fuori, nella vita vera intendo, non mi sento così sicuro e libero di esprimermi, di essere me stesso. Insomma, se chatto sono io, se metto un post, un like, un tag o una foto mi pare di avere una forza in più… Di essere come gli altri…
Con le ragazze non ho difficoltà, mi trovo bene con tutte. Sono simpatiche, parliamo quasi lo stesso linguaggio, eppure in certe situazioni mi sembra di stare meglio quando scrivo un messaggino…
Questa lettera verosimile a Babbo Natale racchiude il pensiero di molti che si mostrano sicuri solo nelle piazze di internet, dove realizzano se stessi, mentre la vita fa più paura.
Ognuno di noi usa i social media perché desidera raccontarsi; pensiamo di essere in una stanza, invece ci troviamo in un palazzo di vetro dove tutti vedono tutti. Questo spesso ci fa perdere il contatto con la realtà, ci rende disumani.
Quello che facciamo, per la maggior parte dei casi, è autoreferenziale, cioè ci interessa solo che interessi agli altri.
Sembrano giochi collettivi, ma al contrario tutto è figlio dell’individualismo, dove niente conta al di là di noi. Di conseguenza non c’è solidarietà, compassione, rispetto; nessuna ragione mette un limite alle nostre azioni. Ed ecco che in rete sono filmate con disinvoltura violenze su ragazze in discoteca. Non si guarda alla “persona umana”, ma ai rilanci del video, della foto, del commento. Il bisogno di individualismo assume forme di perversione, umiliazione e soprusi.
Inoltre, la tecnologia lascia tracce che sono fuori dal nostro controllo. Noi pensiamo di essere proprietari di ciò che pubblichiamo, ma in realtà non è così.
Chissà se è la scia di questo individualismo, o forse il desiderio di sopravvivere a se stessa, ad aver portato la giovane JS a chiedere la criogenesi del suo corpo, una volta chiusi gli occhi per sempre, vinta da un male incurabile. Si tratta solo della speranza che un giorno la scienza possa battere la malattia per tornare a vivere, per recuperare ciò che le è stato sottratto troppo presto? È questo l’ultimo limite che l’uomo tecnologico doveva superare? A tanto si spinge l’industria, il business?
Ma anche se un giorno ciò dovesse accadere, JS chi troverebbe della sua vita di prima? Riuscirebbe a sostenere questa ri-nascita? Sarebbe a suo agio nel mondo di domani?
Ben venga, il sinodo ordinario dell’ottobre 2016 che papa Francesco ha voluto dedicare a “Giovani, fede e scelte di vita”. Perché, nonostante tutto, i giovani d’oggi non si perdono d’animo e cercano d’inventarsi nuove strade.
“Cari giovani – ha detto il papa alla veglia della Gmg di Cracovia – non siamo venuti al mondo per vegetare, per fare della vita un divano che ci addormenti; siamo venuti per lasciare un’impronta…
È triste passare nella vita senza lasciare un’impronta!”. Vera e non virtuale o congelata… Buon Natale!







