Timor Est: L'indipendenza riconquistata
Tema del "Paginone" di questo numero: Timor Est verso la ricostruzione
L'immenso arcipelago indonesiano, che conta 17 mila isole abitate, si stende da Oriente ad Occidente come una fantastica collana lunga 5 mila chilometri, divisi in tre fusi orari. In malese "timor" significa "oriente". Ecco perché all'isola più ad oriente dell'arcipelago venne dato il nome di Timor.
Quest'isola, molto tempo prima dell'arrivo di Vasco de Gama, era già nota sia ai cinesi che agli arabi come fonte inesauribile di legno pregiato che veniva barattato con asce, pellame, piombo ed altri prodotti utili agli abitanti dell'isola. In seguito la popolazione dell'isola lottò contro la colonizzazione posta in atto dalle potenze europee.
Si susseguirono insurrezioni e stragi, fino a quando nel 1859 il territorio venne suddiviso a metà tra Portogallo e Olanda. La parte occidentale dell'isola divenne a tutti gli effetti parte delle Indie Olandesi, mentre la parte orientale (la cui popolazione era del tutto diversa per razza, lingua, tradizioni e religione) rimase colonia portoghese come Goa.
Nell'aprile del 1974 in Portogallo la "rivoluzione dei garofani" faceva cadere il regime coloniale, dando a Timor Est la sospirata indipendenza, che durò poco, perché nel dicembre del 1975 l'esercito indonesiano occupò militarmente la parte orientale dell'isola, mentre il governo di Giakarta (capitale dell'Indonesia) proclamava ufficialmente l'annessione di Timor Est, dichiarandola la 27° Provincia della nazione indonesiana. Atto che non venne mai accettato dall'ONU, e tanto meno dalla fiera popolazione che per 25 anni ha portato avanti una lotta per l'indipendenza che ha mietuto almeno 200 mila vittime, tra i 900 mila abitanti.
Il resto sono notizie di ieri: la caduta di Suharto a Giakarta, dopo 32 anni di presidenza, e la democratica elezione di Wahid (musulmano moderato) hanno portato il governo indonesiano alla decisione di concedere alla popolazione del tormentato territorio il referendum che proponeva la scelta: diventare a tutti gli effetti parte della grande nazione indonesiana, o scegliere l'indipendenza da Giakarta.
Il trionfale esito del referendum in favore dell'indipendenza ha scatenato la reazione di coloro che erano contrari a questa scelta: squadre di paramilitari, spalleggiate dall'esercito indonesiano, hanno messo per mesi a ferro e fuoco l'isola, causando migliaia di vittime, l'esodo di oltre 200 mila profughi, incendio di chiese, scuole, ospedali. Noi tutti abbiamo ancora negli occhi le terribili immagini che la televisione ogni giorno degli scorsi settembre ed ottobre portavano nelle nostre case.
Non s'è trattato d'una guerra di religione tra musulmani (in Indonesia sono l'85% della popolazione, il gruppo islamico più numeroso del mondo) e cristiani; ma solo di accettazione d'un referendum assolutamente regolare e democratico. Sta di fatto che la violentissima reazione contro una popolazione inerme ha portato alla completa distruzione di qualunque opera sociale e religiosa.
Praticamente le missioni sono state cancellate, e oggi si deve ripartire da zero.
Solo l'intervento della forza di pace prima (anche se tardiva), e dell'ONU in un secondo tempo, hanno impedito lo sterminio di un popolo. Ora non si combatte più, solo scaramucce al confine tra le due parti dell'isola; i profughi stanno lentamente tornando ai loro villaggi. Ma vi trovano solo cenere e rovine.
Ci vorranno anni prima che la vita normale riprenda nelle risaie di Timor Est.








