Servizio, dolcezza e gioia di vivere
Teresina Andria, originaria di Seneghe (OR), è entrata fra le saveriane nel 1957 a 18 anni e nel 1969 è partita per il Congo, dove si trova attualmente.
Per questi sessant’anni di vita religiosa e missionaria, provo solo riconoscenza. Capisco che tutto quello che ho ricevuto è dono Suo.
Il Signore mi ha donato di poter servire dappertutto, nel settore della maternità o in comunità. Quando mi hanno chiamato in Italia per un servizio, non mi sono sentita sminuita. Nulla cambiava nel mio modo di vivere interno. Ho comunque sempre amato il servizio di ostetrica. Per me ogni parto era un canto alla vita. Quando sentivo il bambino gridare, dicevo: “Signore, grazie, ancora una vita!”. Ho svolto questo servizio per 14 anni a Kiliba, nella Piana della Ruzizi. Al mio arrivo, c’erano le mura della maternità, delle stuoie per terra, un barattolo con pochi strumenti. “Qui non ci sto, che faccio?”, mi sono detta. E poi il reparto di maternità era piccolo, venivano solo le mogli dei dipendenti dello zuccherificio locale. “È meglio che rientri in Italia perché qui non so che cosa fare”, ho detto alla direttrice generale venuta in visita. “Allora non hai vocazione - mi ha risposto - se vuoi tornare in Italia, vai!”.
Poi, il dottor Musafiri, responsabile dell’ospedale, mi disse che avrei potuto accogliere tutte le mamme e andare nei diversi quartieri per le vaccinazioni. I dirigenti della fabbrica mi regalarono letti, materassi e altro materiale. Poi, mi sono trasferita a Luvungi.
Ho imparato l’importanza di servire da mia mamma. Quando arrivava qualcuno, mentre eravamo a tavola, noi ragazzi dicevamo: “A quest’ora?”. Ma lei rispondeva: “Se ce n’è per cinque, ce n’è anche per sei. Dividiamo e mangiamo”. Proveniva da una famiglia poverissima. Mio papà, invece, m’ha insegnato la dolcezza; non alzava mai la voce. Dal popolo congolese ho imparato la gioia di vivere. Ricordo, a Kiliba, i bambini che passavano la mattinata giocando felici con pezzetti di cartone. Anche durante la guerra, la gente era gioiosa. Dopo che, nel nostro quartiere, avevano sparato per quindici giorni, sono uscita: loro erano gioiosi, noi rabbuiate. “Ma soeur, ci sei ancora? Anche noi ci siamo ancora!”. È il Signore che, nella loro povertà, li ha riempiti di gioia.
Alle giovani saveriane e missionarie dico che ci sono due perni che ci tengono ferme: la comunità e la preghiera. La comunità ci libera da tanti guai; la preghiera ci nutre, ci dà il coraggio di andare avanti e davanti a Lui passano tutti i “grilli”! A chi mi chiede come vedo il futuro, rispondo che è nelle mani di Dio. Possiamo solo abbandonarci e basta.







