Se una bambina ci insegna - Cultura per liberare l’umanità
New York - Onu, venerdì 12 luglio 2013. "Cari amici, non so da dove iniziare il mio discorso. Ma prima di tutto vorrei ringraziare Dio, che ci ha fatto tutti uguali. Oggi è il giorno di ogni donna, di ogni ragazzo e di ogni ragazza che ha alzato la voce per i propri diritti. Il 9 ottobre del 2012 i telebani mi hanno sparato alla tempia sinistra; hanno sparato anche alle mie amiche.
Pensavano che i proiettili potessero zittirci. Ma hanno fallito. Da quel silenzio si sono alzate migliaia di voci. I terroristi pensavano di poter cambiare le nostre intenzioni, di poter frenare le nostre ambizioni, ma nulla è cambiato nella mia vita, eccetto una cosa: la debolezza, la paura e la disperazione sono morte. Al loro posto sono nati la forza, l'energia, il coraggio.
Non odio i telebani che mi hanno sparato, nemmeno se me li trovassi davanti con un fucile. Questa è la pietà che ho imparato dal profeta Maometto, da Gesù Cristo e da Buddha. Questo è il pensiero del cambiamento che ho ereditato da Martin Luther King, Nelson Mandela e Muhammad Ali. Questa è la filosofia della non violenza che ho imparato da Gandhi e da Madre Teresa. E questo è il perdono che mi hanno insegnato i miei genitori.
Care sorelle e cari fratelli, riconosciamo l'importanza della luce quando vediamo il buio. Riconosciamo l'importanza della nostra voce quando ci mettono a tacere. Così noi abbiamo riconosciuto l'importanza delle penne e dei libri quando abbiamo visto i fucili...
Gli estremisti hanno paura dei libri e delle penne. Il potere dell'istruzione li spaventa. Hanno paura delle donne e del potere della loro voce. Le nostre parole possono cambiare il mondo. E allora impegniamoci nella lotta contro l'analfabetismo, la povertà e il terrorismo, e prendiamo in mano le nostre penne e i nostri libri. Sono molto più potenti delle armi".
Questo breve discorso è stato pronunciato davanti all'augusta assise dell'Onu (ma l'Onu serve ancora a qualcosa di utile per l'umanità?) da Malala Yousafzai, il giorno del suo 16.mo compleanno: la ragazza pakistana divenuta "simbolo" del diritto allo studio, dopo essere stata ferita e sfigurata in un attentato dei talebani, gli "studenti coranici" che non sopportano che le ragazze vadano a scuola. Avevano fermato lo scuolabus delle studentesse e sparato su Malala, che denunciava i loro misfatti su un blog-diario della BBC.
Dopo gli interventi chirurgici a Birmingham in Gran Bretagna, la ricordiamo mentre, con la manina alzata e il volto sorridente di riconoscenza, saluta i medici e le infermiere che hanno cercato di curarla (cf "Missionari Saveriani" febbraio 2013).
Malala non è la prima ragazza pakistana a battersi per i diritti dei poveri. Ricordiamo ancora Iqbal Masih, il bambino operaio ucciso il 16 aprile 1995 a soli 12 anni: era diventato il "simbolo" della lotta contro il lavoro infantile nell'industria pakistana dei tappeti. Per lui il riconoscimento internazionale arrivò solo dopo la morte. Malala è oggi proposta al premio Nobel per la pace.
Due giovanissimi coraggiosi, che piacerebbero anche a papa Francesco: "La realtà può cambiare! L'uomo può cambiare! Cercate voi per primi di portare il bene, di non abituarvi al male, ma di vincerlo!" (GMG, discorso nella favela di Varginha, 25 luglio 2013).








