Ritorno in Sierra Leone: "Meglio morire vivi, che vivere morti"
Un taxi giallo. Uno di quelli che avevano fatto la guerra di Sierra Leone. Nove anni di distruzioni, di crudeltà, morti e morti. Ma eravamo in Guinea, a Conakry. Che ci stava a fare quel taxi giallo a Conakry? Quasi sette mesi di assenza per quel problema al cuore che i medici avevano dichiarato grave, anzi mortale , mi avevano fatto dimenticare l'inseguimento alla Panda dei Giuseppini per le vie di Conakry, rubata e "legalmente" trasferita in Guinea ed ora di proprietà di qualcuno che contava in certi ambienti dove era permesso di girare senza targa. Ma quel taxi mi fece un grande effetto, un effetto inaspettato. Sul fianco sinistro, all'altezza del sedile posteriore portava ancora le tracce di una pesante raffica di kalashnicov. "Ci siamo! Sono tornato a casa!", fu la mia prima reazione.
Solo più tardi riflettei un po' su quella strana occasione che, invece di deprimermi mi aveva fatto gioire: il taxi, certamente sierraleonese e con la porta a colabrodo, mi aveva dato il benvenuto.
Alle sette del mattino ci aspettava l'elicottero dell'ONU che, oltre a facilitarci il tragitto da Conakry a Freetown e farci risparmiare qualche dollaro, ci evitava tutte quelle noie doganali fatte solo per arrotondare il misero salario degli impiegati.
Non vedevo l'ora di vedere Freetown. L'ultima volta l'avevo vista dal boccaporto piccolo piccolo di un mezzo blindato che ci aveva portato fuori tiro dei ribelli.
Fu una visione che mi sconvolse lo stomaco. I bombardamenti e gli incendi avevano fatto la loro parte. La pioggia torrenziale dei tropici aveva finito quello che ancora rimaneva attaccato ai muri non più protetti dal tetto ed aveva vuotate le case. Chi una volta le aveva abitate aveva cercato rifugio sotto gli spalti dello stadio nazionale.
Arrivai alla nostra casa da dove i ribelli ci avevano prelevati. Era stata saccheggiata, un po' dai ribelli, un po' "molto" da "amici e conoscenti". Tutto attorno la distruzione aveva raggiunto le fondamenta. Qualcosa non andava. Subito ne sentii solamente il disagio. Ma più tardi, in un momento di silenzio, in una pausa di riflessione, mi accorsi che non tutto si era cancellato dalla memoria.
Quel "iiiiih", del cancello che si apriva, quel "eeeeeh", del cancello che si chiudeva, trovava ancora un riscontro nell'animo e la domanda veniva inconsciamente a galla: "Chi sarà mai ora?". La domanda che quel suono faceva ancora ritornare a galla, che rievocava i giorni in cui eravamo continuamente visitati; "I soldi, dove sono i soldi". "La pistola, dammi la pistola!". "Ha fatto anche a me lo stesso effetto - mi raccontava p. Luis -. E' durato qualche giorno".
La sorpresa più bella l'ho avuta da Lakka.
In questo hotel una volta a quattro stelle, che i militari prima ed i ribelli poi hanno ridotto al chiaro di luna, mi aspettavano 150 ragazzini e ragazzine ex ribelli. Desideravo vedere certe faccine che avevo lasciato qualche mese prima, ma non c'erano più. Ero scontento e felice allo stesso tempo.Scontento perché desideravo vederli, felice perché erano stati riuniti ai loro parenti.
Questa la vita: una continua riunione ed una continua partenza.
Tra tanta gente, una dozzina di ragazze aspettavano che i giorni maturassero per diventare madri: tra loro una tredicenne. Mi fecero pena, una gran pena, perché, anche se chi le gestiva aveva fatto di tutto per rendere loro la vita sopportabile, non era proprio quello l'ambiente per una ragazzina che aspettava di diventare madre. Cercai un posto migliore per loro, un posto più vicino all'ospedale, più appartato, più difeso dagli occhi indiscreti di tanta gioventù. Partirono in dodici per la nuova abitazione, arrivarono in tredici. "Effetto buche!", esclamò l'autista. Non mi meravigliai: mi era capitato altre volte. Ieri ne nato un altro: sana la madre, sano il bambino. Pensavo tra me: "Sarà questa la generazione che ricostruirà la Sierra Leone? Quante vite perse! Anche i sopravvissuti... Questi neonati, concepiti nella foresta da padri drogati e madri malnutrite; questi neonati cosa portano in corpo!?".
Junior stato in coma per tre giorni. Ce l'ha fatta a non morire di una overdose: anche lui "abituato". Sto abituandomi anch'io: al fracasso di 150 ragazzi pieni di buona volontà a farsi sentire; alla candela che mi fa gustare tutta l'intimità della vita semplice, sempre che non si spenga troppo presto; alla faccina graziosa del piccolo Joseph che ancora non sa parlare, ma che mi tiene sveglio per ore.
Sono tornato e sono felice. E il cuore? Come va il cuore? Per ora bene, anzi benissimo.
Che se andrà male domani, devo forse rompermi il capo oggi? L'ho sempre detto: "Meglio morire vivi, che vivere morti!".







