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Il 16 settembre ricorreva il decimo anniversario della morte di p. Amato Dagnino. È stato organizzato un incontro per ricordarci quella data: un amarcord di affetto e gratitudine. Ad un incontro così avrebbe potuto partecipare mezza Parma, tante erano le persone e la stima che lo circondavano. Quanto a me, voglio ricordarne qui solo il periodo dal 1971 al 1974, appena uno spicchio del suo lungo periodo di Rettore dello Studentato Teologico (1967-1984).

Erano anni di numeri incredibili. I seminari italiani straripavano e noi Saveriani lambivamo cifre vicine al centinaio. Soprattutto erano gli anni di un ‘68 che instaurava una rivoluzione. Anni che, se in ambito studentesco esterno spesso trasudavano lacrime e sangue, erano tosti anche da noi. Una testimonianza, affiorata nell’incontro di cui sopra, la si deve a p. Franco Sottocornola, che scriveva: “Il metodo e l’opera di p. Dagnino nel ruolo di Rettore-formatore salvarono il nostro Studentato di Teologia negli anni burrascosi del ‘68 e seguenti”. Se una delle più palesi cifre con cui questi anni venivano descritti era quella del “giovanilismo”, p. Amato occupava la casella dei matusa. E, forse, non si trattava solo di anagrafe; pure la testa si rifiutava di allinearsi, né potevano fornire rifugio le fortezze inespugnabili che avevano resistito ai secoli, i suoi amati grandi geni e grandi Santi.

La figura ritorta come un giunco. La formazione, l’ascetismo, la profonda mistica e spiritualità lo collocavano su altezze inconciliabili con un uditorio giovanile; il suo parlare, ruvido ed intervallato di smorfie e silenzi, attingeva ad epoche da seppellire: Teresa d'Avila, Dante, Manzoni, Agostino, Francesco di Sales. Se per farsi accettare da noi e rendersi “popolare” avesse voluto atteggiarsi a giovane, saremmo annegati insieme con lui.

Ciò detto, trovo difficile definire il metodo educativo che ha saputo adottare per salvare e salvarsi. Uno studio approfondito non sarebbe fuori luogo, ma si potrebbe dirlo solo con una semplice formuletta: è stato capace di stare coi giovani senza doversi girare dall’altra parte, indispettito, né soccombere per ulcere gastriche. Del resto, quanti sarebbero stati capaci negli anni ’70, alla guida di 20enni, di parlare di gioiosi peccatori, un fecondo pensiero di agostiniana ascendenza, oppure in anni di forti pulsioni affettive, affermare: “Non si consacra bene, chi non si sposerebbe bene?”. Quale magia possedeva il vespro domenicale che non cedeva mai a nessuno? Io l’ho inteso così. Lo considerava la sera della domenica del presbitero; come quando Gesù, stanco, si ritirava in disparte a conversare col Padre.
I Saveriani gli devono molto. E molto hanno ricevuto anche Parma e la sua gente.



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