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Paul Klee, artista simbolista del ‘900, diceva: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”. Queste brevi parole mi hanno sempre accompagnato nel mio percorso artistico e religioso, come missionaria di Maria saveriana. Tutta l’arte moderna riscopre il mondo invisibile, ma non per questo meno reale, dei sentimenti, dei sogni, dei dolori e dei forti desideri dell’umanità.

E l’arte, a un certo punto della mia vita, ha scavato anche in me domande più profonde, una sete di senso, e non ha più rappresentato solo la riproduzione del mondo attraverso i disegni e i colori, ma tutto quello che di vero, e forse nascosto, era presente nel mondo. Cioè uno sguardo che deve scoprire ciò che già c’è, ma va evidenziato, come la stessa presenza di Dio in ogni realtà... E credo che da questa intuizione sia fiorita anche la mia vocazione. Ricordo che quando frequentavo il corso di decorazione pittorica, all’Accademia delle Belle Arti a Foggia, mi trovai a creare delle Macchine Eoliche, perché il tavoliere delle Puglie era il luogo che ben esprimeva la forza del vento e delle possibilità di intercettarlo. Così la mia vita missionaria ha cercato di fare sua questa lezione: non si annuncia la bellezza del Vangelo seguendo i propri schemi, ma la si intercetta nella realtà dove ti trovi, mettendo in evidenza ciò che è già presente e Dio in quel popolo, in quelle persone, a cui sei inviato. 

In Thailandia, mi è successo di decorare alcune cappelle nel nord del Paese, e mi sono subito chiesta come potessi esprimere il mistero di Dio che emergeva nel frammento della loro cultura. Così, in quei luoghi sperduti tra i monti, ho ammirato i loro costumi tradizionali, i loro gesti e usi quotidiani e li ho ritratti. In particolare, in una chiesa dedicata alla Sacra famiglia, ho fotografato una famiglia e l’ho dipinta accanto all’immagine dei discepoli di Emmaus, una scena evangelica che ricalca la Trinità di Rublev. La sacralità della famiglia emerge proprio in quei gesti semplici, quotidiani attorno ad una mensa. Quella comunione intima dei discepoli con Gesù Risorto, in una cena, in un pane condiviso ad una tavola, si ritrova nella vita di una comune famiglia. E quella Parola spezzata insieme diventa memoria.

I bambini e ragazzi sono spesso presenti nelle mie decorazioni, perché molto del mio apostolato e del mio tempo l’ho trascorso con loro e sono stati i miei insegnanti. Infine, uno spazio prezioso non potevo che darlo a Maria, così amata in Thailandia, che con la sua bellezza e la sua dolce maternità attira i suoi figli in tutto il mondo che ancora non conoscono Suo Figlio. Per questo l’ho rappresentata nei costumi tipici delle diverse etnie. Parlare dell’arte nell’annuncio è quindi parlare della bella notizia in sé, annunciata prima di tutto attraverso la vita e le opere di Gesù. Nel Compendio del catechismo, Benedetto XVI dice: “Immagine e parola s'illuminano a vicenda. L’arte parla sempre, almeno implicitamente, del divino, della bellezza infinita di Dio, riflessa nell’Icona per eccellenza: Cristo Signore, Immagine del Dio invisibile”. Così, ho compreso che anche rinunciando alla professione artistica, avrei fatto del dono della mia vita qualcosa di bello, di decorativo e gratuito in sé.

Ora che sono in Italia, credo nella via creativa dell’annuncio, come una possibilità di incontrare anche i più lontani. Credo che sia la forma esplicita dell’arte (arte sacra), sia quella più implicita (arte moderna) possano intercettare ed esprimere questo desiderio spesso nascosto di bello e buono che c’è in ciascuno di noi. A Ravello, ho visto un pulpito del medioevo molto significativo e la spiegazione ha confermato che noi cristiani siamo proprio quelle colonne, ma non delle semplici colonne, ma quelle colonne decorate, che rendono visibile nel mondo quel più bello già presente in esso, che esprime quel più che necessario, quell’inutile più che umano, donatoci solo da Cristo.



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