Quei ricordi indelebili
Bernardo ci ha inviato questa testimonianza, segno di riconoscenza per la formazione ricevuta dai missionari saveriani, circa settant’anni fa.
Nel 1952, a causa della mia enteropatia anossica neonatale, fui ammesso come “esterno” a frequentare la scuola media dell’istituto saveriano di viale Trento. Era una decisione eccezionale. L’intervento di mons. Carlo Zinato, allora vescovo di Vicenza, favorì la mia ammissione.
Subito, feci amicizia con i miei compagni, gli apostolini. Furono tre anni di studio intensi. I docenti erano disponibili e gentili, ma esigenti. Alla fine della prima e seconda media, dovevamo sostenere gli esami interni, mentre in terza sostenemmo gli esami alla scuola pubblica di San Martino di Lupari. Nel maggio della seconda media, fu organizzata la “Festa della Mamma”. Tra le iniziative, c’era la solita accademia. Per realizzarla pienamente, c’era bisogno di un pianoforte. Padre Zotti, il rettore, pregò mio padre di prestargli quello che avevamo in casa e quindi l’accademia si svolse secondo il programma.
P. Giovanni Zotti lo ricordo anche in sella alla sua moto Laverda/65, con la quale era solito muoversi velocemente. Ricordo anche p. Bruno Cisco (vicerettore, insegnante di lettere, latino compreso), p. Giovanni Cailotto (insegnante di lingua inglese, sempre pronto alle battute), p. Giovanni Zaltron (economo, era sempre presente nella vita dell’istituto). Tutti loro hanno contribuito alla mia formazione cristiana, culturale e civica. Mi sento privilegiato per aver conosciuto personalmente Padre Pietro Uccelli, per il quale è in corso il processo di beatificazione. Lo vedo ancora sotto il porticato, seduto, con l’abito talare nero, sulla quale spiccava la sua bianca barba. Quando entravo dal portone di viale Trento, mi salutava non solo con l’usuale ciao, ma si interessava della mia salute e su come procedevo negli studi. Non provai mai, quando parlavo con lui, soggezione o imbarazzo.
Padre Uccelli sapeva intrattenermi, aveva la capacità di mettermi a mio agio. Solo dopo, colsi che nelle sue parole trapelava sempre spiritualità, profonda fede, statura presbiterale sempre vissuta al servizio degli altri. A dodici anni non potevo afferrare l’entità di quest’uomo che si è dato senza riserve a Dio. Fino a che le mie forze fisiche me l’hanno permesso, non passava settimana senza che sostassi nella chiesetta di S. Pietro d’Alcantara, per pregare sulla sua tomba, sicuro che mi avrebbe ascoltato. Mi ha sempre colpito la citazione che appare sopra la sua tomba: Il bene fatto nella gioia è bene, ma quando questo viene segnato con il marchio della croce è mille volte più accetto al Signore. È una frase profonda, oggetto di meditazione.
Un giorno, mi chiese delucidazioni su un fungo cinese, allora in auge, che mia mamma assumeva per i suoi problemi epatici. Padre Uccelli, probabilmente per qualche suo fastidio, lo volle provare e mia madre glielo portò, spiegando la procedura da seguire. Non ho memoria sull’uso che ne fece Padre Uccelli. Sicuramente questa bevanda era una terapia naturale, come a quel tempo si usava o era l’inizio della terapia omeopatica. Ogni volta che percorro viale Trento, passando di fronte all’Istituto Missioni Estere, oggi trasformato rispetto a quando io lo frequentavo, mi scorre una sorta di filmato ricco di ricordi. Soprattutto, la memoria mi riconduce all’aver acquisito proprio in questo istituto sani principi che hanno concorso alla mia formazione.







