Quando mi sento chiesa
Una mamma catechista la pensa così
Sono stata battezzata nel 1968 e cresimata l’anno seguente. Ho conosciuto mio marito quando entrambi eravamo molto giovani. Fra noi c’è stata subito intesa e abbiamo deciso di condividere la vita insieme. Soltanto dopo tredici anni però abbiamo scelto di regolarizzare la nostra unione, sigillando la nostra fedeltà col matrimonio cristiano. Purtroppo, cinque anni dopo, ho sofferto la separazione fisica dal compagno della mia vita, ma la fede nella Parola del Signore che mi assicura che "la vita non è tolta, ma trasformata" mi sostiene e conforta.
Sono catechista dal 1985, anno in cui il Papa è venuto in visita in Centroafrica. Per me tutto è cominciato grazie a una promessa fatta in quell’occasione. Durante l’incontro con il Papa, un cardinale, passandomi vicino, mi ha detto: "Sono sicuro che tu sei una catechista". "No, - gli rispondo – almeno per ora. Forse lo diventerò".
Per me è stata come una chiamata del Signore.
A cui mi sono resa disponibile iniziando il mio servizio lo stesso anno, nella grande Comunità parrocchiale della cattedrale di Bangui. Il numero dei catechisti è troppo esiguo in rapporto a quello dei ragazzi e i gruppi da seguire sono molto numerosi. A me sono stati affidati un’ottantina di ragazzi che si preparano alla Cresima.
L’esperienza di insegnante al liceo, ha facilitato il mio inserimento, il metodo di lavoro con questi ragazzi. Certamente insegnare il catechismo non è lo stesso che dare una lezione di matematica. Il rapporto con i ragazzi è diverso, più improntato a un clima di famiglia e di comunione. Qui non impartisci delle nozioni, ma educhi a uno stile di vita, mediante un cammino di crescita nella fede, al ritmo della persona. È necessaria molta calma e non stancarsi di dire e ridire più volte le stesse cose.
È davvero un buon esercizio di pazienza, ma ci vuole intuito e metodo particolare per entrare nel profondo della vita dei ragazzi e aiutarli a incontrarsi con Dio e a sentirlo loro Padre. Si prova tanta gioia nel ritrovarsi con loro; il rapporto interpersonale diventa condivisione di fede che ti fa sperimentare l’appartenenza alla stessa famiglia. Essi si sentono orgogliosi del loro catechista, perché è qualcuno che trasmette qualcosa di grande per la loro vita.
Mio marito, nonostante fosse ammalato, mi ha sempre sostenuto e appoggiato in questo servizio e avrebbe tanto desiderato fare altrettanto. Sarebbe stata una bella testimonianza come coppia-catechista. Sono poche, ma ce ne sono altre in parrocchia.
Il testo che ho seguito quest’anno, "Io costruirò la mia Chiesa", è basato sulla lettura degli Atti degli Apostoli. Il nostro metodo è di stimolare la partecipazione attiva dei ragazzi, creando un clima di dialogo e di condivisione, perché ognuno possa esprimere la sua esperienza di incontro con Dio e di cammino alla luce della Sua Parola.
Incoraggiamo l’attività pratica mediante il quaderno personale, i cartelloni, il linguaggio espressivo dei canti e delle scenette per personalizzare la Parola accolta. Quanto a noi catechisti, abbiamo una riunione formativa ogni 15 giorni, con il parroco. Con lui prepariamo il programma, approfondiamo temi specifici e riflettiamo su alcuni interrogativi che ci vengono posti dai ragazzi e a cui tante volte ci sentiamo impreparati a rispondere. Quel che ci manca è una formazione più adeguata e approfondita per essere al passo con una gioventù che cresce velocemente nella modernità. Certamente oltre agli strumenti "di bordo" come la Bibbia, il cristianesimo e un buon metodo, conta prima di tutto la testimonianza personale e il contatto diretto con i ragazzi, con i loro genitori e con il loro ambiente di vita. Bisogna essere con loro, conoscere le loro difficoltà, prove e aspirazioni, per acquisire la loro semplicità di cuore e riuscire a entrare più facilmente nel vissuto delle loro esperienze. Non siamo noi che catechizziamo i ragazzi.
È lo Spirito Santo che fa "il grosso del lavoro" e noi catechisti siamo solo dei testimoni di quanto Dio opera in loro.
Purtroppo nella nostra Chiesa africana la donna non ha ancora trovato un suo spazio. Resta ancora molto cammino da fare perché la nostra Chiesa è ancora molto "maschilista" nelle sue manifestazioni. Penso ad esempio alle religiose centrafricane: esse sono ancora troppo "dietro le quinte"; non le vediamo mai apertamente in pubblico, non si espongono: per discrezione? Per umiltà? C’è mancanza di coraggio? In parrocchia primeggia solo il lavoro del parroco e ciò che fa la suora resta invece molto nascosto e inosservato.
Io mi batto molto per sensibilizzare le mie colleghe a tuffarsi senza paura, a condividere ciò che sono e che fanno per il bene della Chiesa, perché la presenza della donna nella Chiesa è un valore necessario e ancora da scoprire. Di fronte alla mentalità imperante, la donna è chiamata a cercare il suo spazio, a prendere il coraggio a due mani per manifestare i suoi doni e i suoi carismi a servizio della Comunità cristiana.
Se penso poi alla donna nella famiglia, piccola cellula della Chiesa, essa è l’anima del foyer per la sua fedeltà al marito, l’educazione dei figli e la testimonianza di donazione totale fino alla morte.
La donna ha in sé il segno della maternità portatrice di vita ed è grazie alle donne del Vangelo che è cominciato il movimento missionario della Chiesa.








