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Il 24 novembre 2008 a Nagasaki vengono beatificati altri 188 martiri. L'elenco dei martiri giapponesi ufficialmente riconosciuti e venerati si infoltisce: sono 437, di cui 395 beati e 42 santi. Ma quali sono stati i motivi della persecuzione?

Forse possiamo capirci qualcosa osservando l'evoluzione storica di alcune situazioni politiche e culturali.

Il Saverio aveva previsto

Il Saverio aveva scritto con chiaroveggenza che in Giappone il cristianesimo avrebbe incontrato ogni genere di difficoltà e dure persecuzioni (lettera 110, 5-7), per l'aperta ostilità di influenti monaci buddhisti e le guerre di potere tra i principi (daimyô) dei 76 feudi in cui era diviso il Giappone di allora. Il favore ottenuto da uno di loro avrebbe generato rivalità con altri. Aveva anche previsto che la corsa sfrenata delle nazioni europee alla conquista di rapporti commerciali con il Giappone avrebbe procurato seri guai all'evangelizzazione. Perciò aveva scritto al re di Spagna di non inviare i suoi galeoni in Giappone (lettera 108, 5).

Il Saverio aveva infine constatato che la società feudale giapponese era chiusa al mondo esterno, anche perché i rapporti si basavano su valori etici del confucianesimo; in particolare, il senso di appartenenza al gruppo, il rispetto e la fedeltà al capofamiglia, agli antenati e ai capi della società civile. Il Saverio aveva letto nella gente la paura di accogliere la novità del vangelo. La legge dell'appartenenza e della fedeltà, percepita come religione o "retta dottrina" avrebbe contrastato la diffusione del vangelo. Per questo egli chiedeva ripetutamente ai missionari profonda umiltà e amabilità, coraggio e capacità di resistere alle prove; e li invitava allo studio attento e rispettoso della cultura e della religione locale.

Lotta per il potere centralizzato

Non si può negare che la persecuzione del cristianesimo abbia preso il via da alcuni errori o incidenti di ordine sociale, politico, militare ed economico. La storia documenta infatti che alcuni daimyô, abbracciando la fede cristiana, avevano aperto un porto nel loro feudo per accogliere le navi di commercianti europei. Il commercio li aveva arricchiti, permettendo loro di migliorare il proprio esercito con nuove armi e di costruire una propria flotta navale. La loro ricchezza e l'espandersi del loro potere aveva finito per incutere paura allo stesso shôgun.

Alcuni daimyô poi, per ragioni di parentela o per motivi politici, avevano scelto di appoggiare apertamente l'opposizione al governo centrale; altri si erano lasciati impegolare in complotti e intrighi di corte. Questi fatti li aveva resi ancor più invisi, tanto che lo shôgun li aveva catalogati tra i nemici pericolosi da abbattere ed eliminare, insieme ai capi della religione da loro professata.

Piccoli incidenti locali poi hanno dato allo shôgun l'occasione di emettere ordinanze contro i cristiani, di procedere a temporanee forme di repressione, a ordinanze di espulsione, o alla esecuzione di gruppi cristiani. Un tipico esempio è quello dei 26 martiri di Nagasaki (1597), cui diede occasione la controversia sulla proprietà del carico della "San Felipe", una nave mercantile spagnola naufragata sulla costa giapponese.

Dopo la vittoria di Sekigahara (1600), Tokugawa Ieyasu era divenuto il vero capo supremo del Giappone con il titolo di shôgun, sottraendo all'imperatore ogni potere politico o militare, sottomettendo tutti i daimyô al suo potere centrale e demolendo i feudi più potenti. A farne le spese sono stati soprattutto alcuni grandi daimyô cristiani, suoi oppositori, che furono uccisi o esiliati, oppure inviati in periferia con incarichi di poco valore.

Eliminare i nemici per sempre

Con l'editto del febbraio 1614, ufficiale per tutto il paese, lo shôgun aveva reso pubblica la sua volontà di distruggere il cristianesimo, da lui ritenuto una "dottrina malefica" capace di mettere in pericolo la tradizionale "dottrina retta" del Giappone (cf "Il secolo dei martiri", pag. 9). In tal modo egli dichiarava il vero motivo della persecuzione: proibendo la libera scelta di religione e di pensiero, lo shôgun intendeva anche eliminare per sempre i suoi nemici, attuali o potenziali.

L'editto proibiva formalmente la religione cristiana, imponeva l'immediata espulsione di tutti i sacerdoti, missionari e religiosi presenti in Giappone e la condanna all'esilio di numerosi laici, catechisti e responsabili delle comunità cristiane. Oltre 400 chierici e laici, ammassati a Nagasaki, sono stati caricati su cinque navi e mandati in esilio a Manila e Macao. Le chiese e tutte le costruzioni cristiane sono state rase al suolo da plotoni dell'esercito, per non lasciarne traccia, e sul luogo sono stati costruiti templi buddhisti o scintoisti. Dal febbraio 1614 la persecuzione era diventata sempre più cruenta e implacabile in tutto il paese.

Verso la libertà di religione

Il famoso statista e studioso giapponese Arai Hakuseki (Edo, 1657-1725), autore di preziosi volumi di storia, nel libro "Seiyô-kibun" (Notize dell'Occidente, 1714) scrive: "Che i missionari europei siano venuti nel nostro paese a diffondere la loro fede con lo scopo di preparare una conquista politica (di Spagna o Portogallo) è un'ingiusta insinuazione degli olandesi... Se si considera il contenuto vero di quella fede e si pensa alla situazione politica e militare dell'Europa di quei tempi, si può capire che l'esistenza di uno stratagemma per la conquista del Giappone era assolutamente inconcepibile".

In seguito alle proteste dei Paesi europei, il 24 febbraio del 1873 il governo giapponese finalmente ha abrogato l'editto di persecuzione. Successivamente, con legge del 1888, ha riconosciuto per i cittadini il diritto di libertà di religione e, nel 1899, anche la libertà di propagare la propria fede e di costruire luoghi di culto. Questi passi gradualmente hanno posto fine alla persecuzione aperta, ma solamente con la Costituzione del 1946 il Giappone ha riconosciuto la parità di diritti a tutte le religioni, mettendo il punto finale a ogni forma di aperta o latente discriminazione e disprezzo verso i cristiani.



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