L'immagine calpestata e il ritrovamento
Per identificare quanti rimanevano segretamente fedeli al cristianesimo, lo shôgun Tokugawa prescrive un'annuale "verifica della fede", che consisteva nel calpestare un'immagine sacra cristiana davanti ai magistrati. È il fumie, che significa "immagine calpestata" o "atto di calpestare l'immagine". (Gli originali sono oggi quasi tutti raccolti e custoditi negli archivi di Stato - un esemplare nella foto).
Molti cristiani si rifiutano e scelgono la coerenza del martirio.
Altri, per evitare le strazianti torture e salvare la vita propria e dei famigliari, rinunciano alla fede. Altri infine, pur decisi a rimanere fedeli, arrivano a una forma di compromesso: ubbidire esternamente al potere (calpestando l'immagine sacra) ma rimanere fedeli a Cristo nel profondo del cuore.
A piede nudo calpestano l'immagine sacra tenendo arcuata la pianta del piede, facendo cioè forza sul calcagno e sulle punte delle dita. La strada di ritorno a casa è percorsa allo stesso modo. Giunti a casa, i cristiani recitano l'atto di dolore, lavano il piede e bevono l'acqua, come forma di penitenza e rinnovo dei voti battesimali. La sottomissione a un ordine persecutorio viene così trasformata in una convinta dichiarazione di fede, rinnovata dalla grazia del perdono.
Il felice giorno del ritrovamento
In Giappone perdurava la proibizione del cristianesimo. ma per i mercanti francesi, numerosi a Nagasaki, fu permessa la costruzione di una chiesa cattolica. Il missionario francese p. Bernard Petitjean sperava che la chiesa divenisse un segno di richiamo per i fedeli rimasti nascosti nel lungo periodo di persecuzione. L'edificio in legno, in stile gotico, su una collina prospiciente sul porto, era stato ultimato nel 1864 e inaugurato il 17 febbraio 1865, dedicato ai 26 martiri giapponesi (beatificati nel 1627 da Urbano VIII).
Un mese dopo, nel pomeriggio del 17 marzo, un folto gruppo di persone si era radunato per vedere l'edificio "straniero", tanto diverso dalle loro case e dai loro templi. Il missionario, avvertendo nel loro comportamento qualcosa di strano, come se avessero paura di essere sorvegliati, li fa entrare in chiesa.
Qui Isabellina Yuri, una donna del gruppo, gli bisbiglia all'orecchio: "Il mio cuore è come il tuo!". Il missionario intuisce subito: è la professione di fede cristiana! Fa' per alzarsi in piedi, ma la donna continua con una breve domanda: "Dov'è la statua di Santa Maria?". Davanti alla statua della Madonna, ribattezzata poi con il nome di "Madonna del ritrovamento", la commozione e la gioia invade tutto il gruppo: "È vero, è Santa Maria! In braccio ha suo figlio Gesù!".
Seguono altre domande per rendere più convincente la scoperta: "Sei sposato?". "Ti ha mandato il Papa di Roma?". Alcuni di loro avevano infatti già fatto visita a una piccola chiesa protestante, costruita nelle vicinanze del porto. Ma erano tornati a casa delusi, perchè il pastore aveva chiamato sua moglie per intrattenerli.
Il miracolo è certo: dopo 250 anni dall'inizio della persecuzione e dall'espulsione dei missionari, la fede era ancora viva, con gli eredi dei martiri. Si sono presentati oltre 15mila discendenti di quegli eroi!
La gioia del ritrovamento non aveva tuttavia portato il sereno. A Nagasaki nel 1867, ben 3.394 cristiani della zona di Urakami sono stati imprigionati, deportati a gruppi di venti persone in vari luoghi del Giappone e torturati affinché abbandonassero la fede. Uno dei luoghi più famosi di questo ultimo martirio è Tsuwano, oggi meta di pellegrinaggi.
Quanti sono i martiri del Giappone?
Nel 1930 lo storico Anesaki Masaharu scrive che i martiri furono più di 3mila. Padre J. F. Schutte (1968) afferma che furono più di 39mila. L'altro esperto gesuita H. Cieslik (1970) parla di oltre 45mila martiri. Arai Hakuseki (1657-1725), nel 1714 aveva scritto che i martiri erano stati due o tre centomila. Non si saprà mai il vero numero, ma occorre fare alcune precisazioni.
I documenti cui hanno attinto gli studiosi sono soprattutto le lettere e i resoconti inviati in Europa da testimoni presenti alle esecuzioni. La documentazione conservata è voluminosa, ma certamente è incompleta. I governi giapponesi hanno usato molti stratagemmi per cancellare le tracce dei cristiani, modificando anche i nomi di luoghi e persone. Ad oggi, inoltre, è ancora impossibile consultare quanto conservato negli archivi di Stato.
Arai Hakuseki ha certamente scritto con conoscenza di causa. Ma forse, oltre ai cristiani uccisi, ha incluso nel numero dei martiri anche coloro che hanno subito persecuzione e torture, e altri che non sono conosciuti dagli storici recenti, tramite altre fonti.








