P. Franco Manganello, pensiero e relazioni
Saveriano, teologo, musicista, 42 anni tra i poveri della Sierra Leone, p. Franco Manganello è stato uomo di pensiero e relazioni profonde, ha servito fino alla fine con cuore, intelligenza e Vangelo. Si è spento nella notte del 15 giugno, nella Casa Saveriana di Salerno. Accanto a lui, i confratelli della comunità e alcuni amici giunti da Desio e dagli Stati Uniti. Aveva quasi 87 anni; era nato il 27 ottobre 1938 a San Martino di Lupari (PD).
Chi lo ha conosciuto, lo ricorda come un uomo coltissimo e profondo, un presbitero che ha fatto della Parola di Dio la sua casa, del mondo la sua patria, della missione la sua passione. Un uomo di Dio e degli uomini. Entrato nella Casa Apostolica di Vicenza nel 1951, è ordinato presbitero il 17 ottobre 1965 nella cattedrale di Parma. Subito dopo, è destinato a Zelarino (Venezia), dove insegnava Greco e Musica, iscrivendosi contemporaneamente al Conservatorio di Venezia. Dal 1969 al 1973 è docente a Desio (e in parte anche a Cremona), insegnando Storia, Latino, Filosofia e Musica. A Bolzano completa la sua formazione musicale, diplomandosi in chitarra classica.
Nel 1974 compie la scelta che avrebbe segnato tutta la sua vita: parte per la Sierra Leone, dove sarebbe rimasto per ben 42 anni. Non sceglie le città, ma i villaggi remoti, dimenticati, dove il Vangelo si faceva carne tra povertà, guerra e speranza. Fonda scuole, accompagna vocazioni, forma catechisti, sostiene famiglie. Cercava fondi in Italia per offrire ai giovani la possibilità di studiare: non per costruire strutture, ma per costruire vite libere e dignitose.
In Africa era uno di casa. Non un “bianco” tra africani, ma un fratello tra fratelli. Un uomo povero tra i poveri, sapiente tra i semplici, un vero missionario, come il Vangelo chiede.
Teologo appassionato, figlio spirituale di san Tommaso d’Aquino e di Juan Mateos, p. Franco ha intrecciato intelligenza e fede, studio e preghiera, cultura e carità. Amava pensare in grande, cercare il vero, servire con sobrietà. Era un uomo di dialogo: chiunque gli parlasse - anche negli ultimi mesi di vita - trovava in lui un interlocutore lucido, affettuoso, capace di domande profonde e ascolto sincero. Aveva amici ovunque, e molti lo consideravano padre spirituale. Alcuni di questi, da Desio e dagli USA, lo hanno curato fino alla fine come OSS. Un cerchio di amore che si chiude: la vita donata che ritorna come cura.
Anima contemplativa e artista, suonava l’organo e la chitarra come si prega: con tecnica, passione, cuore. Anche quando le mani tremavano, la musica saliva al cielo come un ultimo inno di lode.
Nel 2015 torna in Italia per motivi di salute. Dopo un anno a Desio, si stabilisce a Salerno, dove continua l’animazione missionaria e il ministero pastorale con discrezione e profondità. Aiutava anche alcuni senzatetto di lingua inglese, ospitati nella casa: piccoli gesti quotidiani, segni concreti del Regno.
La sua è stata una vita eucaristica: spezzata, donata, condivisa. Non ha mai cercato visibilità, né ha tenuto nulla per sé. Come san Paolo può dire: “Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede”.
Ora che ha “cambiato casa” - dalla tenda al Regno - ci lascia una testimonianza forte e sobria, che ci interroga e ci incoraggia: a vivere senza mezze misure, a bruciare per qualcosa di grande, a non tirare a campare ma a donarsi.
La sua musica non è finita. Continua a vibrare nei cuori che ha toccato, nelle vite che ha servito, nella Chiesa che ha amato con tutto sé stesso. “Bene, servo buono e fedele. Entra nella gioia del tuo Signore”.







